mercoledì 19 settembre 2012

Deleuze e la ripetizione, antropologicamente (parte I)


Nel binomio somiglianza - differenza, la ripetizione
All’interno di questo percorso che parte dall’Ottocento con Nietzsche e si conclude con Derrida, la questione della mimèsi si trova sempre meno legata alla disputa tra riferimento emulativo o creativo a un modello: la terminologia cambia leggermente e l’ambivalenza che si presta all’analisi diventa quella di somiglianza-differenza. In questo contesto, la differenza non necessariamente implica la negazione e il contesto della pratica mimetica non è più legato ai vincoli e ai pregiudizi della rappresentazione ([Melchiorre, La Differenza e l’origine, Milano, Vita e Pensiero, 1987], p. 354).

La questione è da porsi, dunque, affrontando un altro termine, ovvero quello della ripetizione:

La messa in crisi del concetto di rappresentazione (la cui ascendenza è heideggeriana) è uno degli aspetti principali della riflessione di Deleuze ed è tema in sé di capitale importanza ([Melchiorre,1987], p. 354).

Con il termine ripetizione, Gilles Deleuze (1925-1995) non intende un processo al cui termine i singoli elementi sono interscambiabili e perfettamente simili. La ripetizione non ha come criterio basilare lo scambio: due cose ripetute non sono interscambiabili, proprio come due gemelli non sono identici tra loro ([Deleuze, Differenza e ripetizione, Bologna, Il Mulino, 1971], pp. 9-10). Ciò che permette di giudicare la ripetizione come differenza non è tanto l’intelletto, ma la memoria o il cuore, organi, appunto, amorosi della ripetizione ([Deleuze, 1971], p. 10).

La ripetizione come trasgressione e liberazione della volontà 
In questi termini, la ripetizione porta con sé la possibilità di differenziarsi dalla generalità, di elevare all’ennesima potenza ed estrarre la forma superiore. Facendo riferimento al concetto dell’eterno ritorno di Nietzsche (Premesse: il tema del ritorno. Parte I, Parte II, Parte III, Parte IV), Deleuze afferma:

volontà di potenza non ha per nulla il significato di “volere la potenza”, ma al contrario: qualunque cosa si voglia, elevare ciò che si vuole all’ennesima potenza vale a dire estrarre la forma superiore, grazie all’operazione selettiva del pensiero nell’eterno ritorno, in virtù della singolarità della ripetizione proprio nell’eterno ritorno
([Deleuze, 1971], p. 20)

La ripetizione, che non implica di per sé né il concetto di generalità né quello di somiglianza, bensì della loro differenza, può diventare anche trasgressione rispetto alla legge naturale e a quella morale. In altre parole, è un qualcosa di nuovo, è una liberazione della volontà, è il ritorno dell’Identico nella differenza ([Deleuze, 1971], p. 73).  

L’identità si determina come ripetizione e questa si costituisce travestendosi di volta in volta attraverso una maschera ([Deleuze, 1971], p. 35). Antropologicamente, l’uomo si ripete perché non solo alcune volte se ne dimentica, ma soprattutto perché certe esperienze (e anche certi errori) le riesce a vivere pienamente nella ripetizione ([Deleuze, 1971], p. 36). 

E’ nella ripetizione che, ad esempio, in ritmologia si possono vivere istanti privilegiati: questi s’identificano con quei valori tonici e intensivi all’interno di una serie ritmata da intervalli regolari ([Deleuze, 1971], p. 41).

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