domenica 31 luglio 2011

Imitare è creare! La fantasia alla base dell'imitazione: Karl Philipp Moritz

Prima di passare a Kant, enorme colosso della filosofia, vorrei proporre alcune riflessioni sull’imitazione.
Come abbiamo visto in Winckelmann, l’imitazione della natura non è da intendersi come una mera riproduzione del bello di natura, ma coinvolge il gusto, il genio e l’immaginazione, che concorrono al raggiungimento del bello ideale, a sua volta connesso alla dimensione del piacere sensibile.

Questa è una concezione dell’imitazione come un fare creativo.

Vorrei prendere in considerazione ancora un autore tedesco, Karl Philipp Moritz e il suo testo di riferimento Mythological Fictions of the Greeks and Romans (leggibile on line, G. & C. & H. Carvill, 1830) assieme al saggio Sull’imitazione formatrice del bello (1788).

La prefazione di Goethe, al primo dei testi elencati, afferma la forza e la vivacità della mitologia e della fantasia: le funzioni mitologiche, attraverso il linguaggio dell’imitazione, costituiscono un mondo a sé da non giudicare per cosa potrebbero significare, ma per come sono.
Alla base della mitologia, e anche del linguaggio dell’imitazione, risiede l’immaginazione:

It is her nature to create and to form … she shuns, above all, the idea of a metaphysical infinity and boundlessness, because in it her delicate creations would instantly lose themselves (p. 9)

Come già affermava Winckelmann, l’imitazione del modello Greco è già un buon inizio, ma se non c’è immaginazione allora anche la copia potrebbe rimanere oscura.

Wheresover the eye of fancy cannot penetrate, there is chaos, night and darkness; and yet the sublime imagination of Greeks carried even into this night a faint glimmer, which gave charms to its very terrors (p. 14)

Ma per Moritz l’imitazione non è solo imitazione della natura o imitazione degli antichi, ma un impulso creativo.

Secondo Moritz, il bello è una totalità autonoma fine a se stessa e, nello stesso tempo, è il rispecchiamento di un macrocosmo, cioè della natura che, in quanto tale, non può cadere compiutamente sotto i nostri sensi. Un’opera d’arte realizzata e compiuta rappresenta un microcosmo della natura: essa non riproduce il particolare o un determinato oggetto naturale, ma il suo fine è l’attività stessa della natura in quanto creatrice.

L’imitazione, pertanto, concerne quella parte della natura che è definibile come natura naturans, ovvero una natura con un’energia formatrice che si ritrova in ogni suo prodotto e non si esaurisce mai in nessuno di esso. Ovvero non è tanto l’opera ad imitare, ma l’artista: è lui a creare in modo analogo alla natura.

L’imitazione è attività formatrice e innovatrice e mai riproduttrice passiva:

Quel che soltanto può educare al vero godimento del bello è ciò stesso attraverso il quale il bello è sorto: “la precedente quieta contemplazione della natura e dell’arte come un unico grande intero” che, rispecchiandosi in tutte le sue parti, lascia l’impronta più pura là dove vien meno ogni relazione, nella pura opera d’arte, che come quello, compiuta in sé, possiede in se stessa lo scopo finale della sua esistenza (p. 85)

Il rispecchiamento, la presenza di impronte pure, le relazioni rappresentano la corrispondenza, parola chiave ora per l’imitazione. E d'ora in poi la figura dell'artista sarà centrale e sarà caratterizzato da un'incessantemente energia volta a formare, cioè a creare e non a riprodurre semplicemente. Per Moritz l’artista non imita la natura in sé, ma il suo processo creativo: l’arte crea come la natura. E' come se la natua continui a produrre attraverso la mano dell’artista: non c’è distinzione tra soggetto e oggetto, uomo e mondo; il creare dell’individuo non è che un momento dell’attività creativa della Natura. Presupposto dell’arte come creazione è infatti una concezione organicista del mondo: l’artista non imita qualcosa che è altro da sé, ma crea continuando l’opera di una natura di cui è parte integrante.









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