domenica 17 luglio 2011

Leibniz: il sentimento del bello come sintesi di molteplicità di rapporti in una percezione confusa

Leggere testi su e di Leibniz è stato veramente interessante. Si tratta di un filosofo di estrema cultura, interessante, autodidatta e grande mediatore tra teorie scientifiche e umanistiche. Perfetto.

Partirei con alcune considerazioni bibliografiche dal momento che ho utilizzato i seguenti testi:
- Leibniz, La Monadologia, con introduzione e commento di Emile Boutroux, Fabbri Editori, I Classici del Pensiero, 2004;
- Franzini, Mazzocut - Mis, Estetica. I nomi, i concetti, le correnti, Mondadori, 2007;
- Nicola Abbagnano, Giovanni Fornero, Autori di fare filosofia - volume terzo, Paravia, 1998.

PREMESSE SU LEIBNIZ
Fu un grande studioso e conoscitore di non solo molte cose, ma di cose di vario genere, filosofiche, matematiche, fisiche, storiche, artistiche, ecc. Ammiratore della Scolastica, ma anche degli antichi, Democrito, Platone e Aristotele. Lesse poi i moderni tra cui Bacone, Cardano, Campanella, Keplero, Hobbes, Galileo e Cartesio. Riporto un passo che mi ha colpito (p. 7, dell'introduzione a La Monadologia):

a quindici anni, passeggiari solo in u boschetto presso Lipsia, chiamato il Rosenthal, per decidere se dovevo conservare le forme sostanziali degli antichi e della Scolastica

Incomincia per Leibniz il grande interesse che lo condurrà tra le forme sostanziali e le monadi, ma sempre considerando che l'intera sua filosofia ha alla base una sorta di mediazione illuminante tra matematica e metafisica. Nei primi anni, infatti, si dedica totalmente alla prima scienza, poi si dedicherà agli studi giuridici, ottenendo la laurea. Ritornerà poi alla metafisica e alla filosofia considerando/criticando l'innatismo cartesiano e anche l'empirismo inglese. Proprio a partire da Cartesio si chiede se l'essenza del corpo consista o meno nella sua sola estensione: questa domanda lo porterà al concetto di sostanza. 
Viaggerà tanto tra i paesi europei per incarichi istituzionali e tutte le sue esperienze e i suoi scritti dimostrano come la sua filosofia sia stata uno (p. 31, dell'introduzione a La Monadologia):

sforzo per approfondire sempre più la natura delle cose, un cammino dal di fuori al di dentro per gradus debitos, come diceva Bacone trattando della fisica

Vorrei ora prendere in considerazione parte della sua filosofia procedendo per punti.

OGGETTO E METODO DELLA FILOSOFIA (pp. 32 - 37)
Il carattere delle ricerche filosofiche per Leibniz dovrebbe essere la duplice istanza dell'universalità e della conciliazione. E' per questo che non si tratta più di determinare la portata ed i limiti della conoscenza umana, come per Caetesio o Locje, nè di determinare esclusivamente le condizioni del benessere e ella felicità umana (come per Bacone e per Spinoza). 

Questa impresa però non gli si presenta come sarebbe stata per gli antichi: quello che Leibniz vede è che nel tempo in cui vive si trovano le teorie del Cristianesimo e alcune opposizioni nette, contrarietà, contraddizioni varie: il generale e il particolare, il possibile e il reale, il logico e il metafisico, il matematico e il fisico, il meccanicismo e il finalismo, la materia e lo spirito, l'esperienza e l'innatismo, le cause e la libertà, la provvidenza e il male, la filosofia e la religione. Sono tutti contrari che col passare degli anni hanno avuto sempre meno elementi comuni e hanno aumentato la divergenza al punto che sembra impossibile conciliarli. 

Come può Leibniz conciliare tutto questo marasma? Quale sarà il suo metodo? In una sola parola, l'eclettismo ritenendo che:
  • gli Orientali hanno avuto delle belle e grandi idee intorno alla Divinità;
  • i Greci hanno trovato il metodo del ragionamento e la forma della scienza;
  • i Padri della Chiesa hanno rifiutato que che c'era di cattivo nella filosofia dei Greci;
  • la Scolastica ha cercato di adoperare a favore del Cristianesmo quel che c'era di passabile nella filosofia pagana;
  • qualcosa è da ricordare dal Medioevo;
  • la filosofia moderna, ovvero quella di Cartesio è per Leibniz l'anticamera della verità.
Questa conciliazione continua ancora nella tecnica del suo metodo. Prima di tutto occorre raccogliere tutte le possibili osservazioni e scoperte sperimentali. Questo perchè qualsiasi teoria, persino quella matematica, non potrà che darci qualcosa di possibile e non di reale il quale (p. 34, dell'introduzione a La Monadologia):

sta al possibile come l'Iliade d'Omero sta a tutte le combinazioni che si possono formare con le lettere di cui è composta.

Come ho detto prima il primo vero amore di Leibniz furono la logica, la matematica e la geometria in quanto esse vedevano il mezzo di ordinare i pensieri: sono dimostrazioni perfette. Ma il metodo matematico non può essere trasportato, nella ricerca delle sostanze prime, tale e quale nel campo della metafisica. 

17. Si deve d'altronde convenire che la percezione e quel che dipende da essa, non è spiegabile per mezzo di ragioni meccaniche, cioè mediante figure e mediante movimenti. Immaginiamo che vi sia una macchina, la cui struttura produca pensieri, sentimenti, percesioni; mantenendo le stesse proposzioni, concepiamola tanto grande da potervi entrare dentro, come in un molino. Ebbene, ciò supposto, visitandola all'interno, non vi si troverà di che spiegare una percezione. Per cui, la percezione bisognerà cercarla non già nel composto o nella macchina, ma nella sostanza semplice; e dall'atra parte, nella sostanza semplice non si può trovare altro che le percezioni e i loro cambiamenti: in ciò solo possono consistere tutte le azioni interne delle sostanze semplici. 
(p. 144, La monadologia)

In questo caso, il procedimento da seguire doveva essere per Leibniz il seguente: prima scoprire i concetti elementari di cui tutti gli altri sono formati, poi derterminare tutte le combinazioni possibili di questi concetti. Dopo di che si protrebbe col solo calcolo non soltanto provare la verità di ogni proposizione, ma anche trovare proposizioni nuove. Per esprimere questi concetti semplici e le loro combinazioni, bisogna poi poter trovare i segni di valore assoluto, capaci di costituire una lingua universale.

Questo è il progetto di un'arte combinatoria e di una lingua filosofica universale. Proprio per quest'ultima i principi da seguire sono quelli di contraddizione e di ragion sufficiente (che vedremo più avanti). 

31. I nostri ragionamenti si fondano su due grandi principi: quello della contraddizione, in forza del quale noi giudichiamo falso ciò che implica contraddizione e vero ciò che è opposto o contradditorio al falso.

32. e quello della ragion sufficiente, in forza del quale noi giudichiamo che nessun fatto può ritenersi vero o esistente, nè alcuna proposizione esser veritiera, se non v'è una ragione sufficiente per la quale sia così e non altrimenti; quantunque il più delle volte queste ragioni non possano esserci note.

36. Ma la ragion sufficiente deve trovarsi anche nelle verità contingenti o di fatto, cioè nella serie delle cose diffuse per l'universo delle creature, nelle quali la decomposizione in ragioni particolari potrebbe giungere ad un frazionamento senza limiti, a causa della varietà immensa delle cose della natura e della divisione dei corpi all'infinito. C'è una infinità di figure e di movimenti presenti e passati che entrano nella causa efficiente del mio scrivere in questo momento, e c'è un'infinità di piccole inclinazioni e disposizioni, presenti e passate, dell'anima mia, che entrano nella causa finale.
(pp. 152 - 156, La monadologia) 

A questi ne seguono altri due:
  • il principio di continuità: la natura non facit saltus ovvero dal piccolo al grande, dal riposo al movimento si passa sempre in un punto mediano. Se la natura non compie salti, il filosofo non potrà ammettere che fra la percezione distinta e l'assenza di percezione vi sia un abisso, anzi ammetterà l'esistenza di percezioni insensibili, di sentimenti confusi, che giudicherà degni della sua attenzione e del suo interesse;
  • il principio degli indiscernibili: due cose individuali non potrebbero essere perfettamente simili e devono sempre differire più che numericamente. Ci deve essere, infatti, fra loro una differenza qualitativa, interna, assoluta. Se non esistono due cose individuali perfettamente, il filosofo non potrà dire di conoscere interamente una cosa sola perchè ne avrà una idea chiara, tale cioè che gli permetta di distinguere quella cosa dalle altre. Se questa cosa è composta, bisognerà distinguire le parti una dall'altra, per mezzo della conoscenza delle loro rispettive qualità. In una parola, alla nozione chiara bisognerà unire la nozione distinta che solo esprime l'interno delle cose e merita il nome di conoscenza metafisica.
IL CONCETTO DI MONADE (pp. 45 - 57 )
L'analisi dell'esperienza interna fa conoscere, in se stessa, una forza attiva reale ovvero l'anima. Non si possono concepire le sostanze se non in analogia e ad imitazione con l'anima. Le sostanze devono essere anime; la loro unità consiste, in ultima analisi nella percezione e nel pensiero, la loro forza nella tendenza e nell'appetizine. Di modo che il mondo non sia da considerare come una macchina, come sostenevano Cartesio e Hobbes: anzi tutto in esso è forza, vita, anima, pensiero, desiderio. La macchina è quel che si vede, il lato esteno. L'essere è chi vede, e se vi è essere negli oggetti delle percezioni, ciò prova che vi sono in questi oggetti dei soggetti pensanti simili a noi stessi. Al concetto di sostanza, così rinnovato, si deve dare un nome nuovo: dal 1696, le sostanze si chiameranno monadi

1. La monade, di cui parleremo qui, non è altro che una sostanza semplice, che entra nei composti; semplice, cioè senza parti 
(pp. 135 - 136, La monadologia)
 La monade è un qualcosa di semplice, ma nello stesso tempo è molteplice. Come conciliare questi due elementi? Il fatto è che si conosce uno stato che include la molteplicità dell'unità; questo stato è la percezione. Di conseguenza, la qualità che dà ad ogni monade la sua individualità non è altro che la percezione e tutte le monadi sono dotate di percezione

9. Bisogna pure che ogni monade sia differente da ogni altra, perchè non vi sono mai nella natura due esseri che siano perfettamente identici l'uno all'altro e nei quali non sia possibile trovare una differenza interna o fondata su una denominazione intrinseca.

10. Considero pure come ammesso che ogni essere creato è soggetto al cangiamento; quindi lo è anche la Monade, creata essa pure; anzi considero questo cangiamento continuo in ciascuna Monade.
(pp. 139 - 140, La monadologia) 

16. Che nella sostanza semplice vi sia una molteplicità, ne facciamo esperienza anche noi, quando troviamo che il più piccolo pensiero di cui abbiamo consapevolezza implica una varietà nell'oggetto. Per cui, tutti [...] devono ammettere nella Monade tale molteplicità.
(p. 143, La monadologia)

Stabilito questo, bisogna considerare cosa percepiscono le monadi. L'universo intero, perchè siccome tutto è connesso, data l'impossibilità del vuoto, non si può percepire una parte senza percepire il tutto. Certo, ogni monade percepisce l'universo da un punto di vista proprio; ha un campo di percezione distinto al di là del quale essa vede solo confusamene. 
Al di sotto di una percezione chiara e colta dalla coscienza, o appercezione, c'è la percezione insensibile. Questo è veramente un punto di estremo interesse. 
L'anima non può, come abbiamo detto prima, rimanere inattiva e dato che la percezione è la sua azione, essa deve percepire continuamente. Inoltre, non sempre l'uomo si accorge di percepire anche perchè dovrebbero esistere percezioni di cui non ci si accorge.

20. Noi infatti esperimentiamo in noi stessi uno stato nel quale non ci ricordiamo di nulla e non abbiamo alcuna percezione distinta; come quando cadiamo in deliquio o quando siamo immersi in un sonno profondo senza sogni. In questo stato l'anima in nulla differisceda una semplice Monade [...].
21. Da ciò non segue affatto che in quel caso la sostanza semplice sia del tutto priva di percezione: ciò non può essere per le ragioni suddette; perchè senza una qualche affezione, che altro non è se non percezione, essa non potrebbe perire e neppure sussistere; quando invece si ha una grande quantità di piccole percezioni nelle quali non sia niente di distinto, si resta storditi, come quando si gira continuamente in un medesimo senso parecchie volte di seguito, nel qual caso viene una vertigine che può produrre uno svenimento e non ci permette di distinguere nulla. [...]

25. Così pure, che la natura abbia dato agli animali percezioni distinte, noi lo vediamo dalle cure che essa si è presa di dotarli di organi che raccolgono parecchi raggi di luce o parecchie ondulazioni dell'aria per renderli più efficaci mediante la loro unione. Qualche cosa di simile c'è nell'odore, nel gusto e nel tatto e forse in molti altri sensi a noi sconosciuti. [...]
(pp. 146 - 149, La monadologia)
Esiste, dunque, una certa spontaneità della monade da intendersi come passaggio da una percezione all'altra. Così come nell'essere umano all'intelletto corrisponde la volontà, così ogni monade alla percezione si unisce l'appercezione o sforzo di passare da uno stato interno ad un altro stato interno. 

Insomma, la monade di Leibniz è un centro di percezioni.

LA GERARCHIA DEGLI ESSERI: L'UOMO E LO SPIRITO (pp. 64 -)
Dopo gli esseri viventi e gli animali, Leibniz situa il terzo grado, ovvero quello delle anime dotate di ragione e di riflessione, cioè gli spiriti i quali, uniti ad un corpo appropriato costituiscono gli animali ragionevoli. Leibniz attribuisce agli spiriti la ragione, la percezione, la coscienza, la riflessione, la conoscenza dell'io, della sostanza, della monade, dell'anima, dello spirito, in una parola delle cose e delle verità immateriali e la possibilità di elevarsi sino alle scienze e alle verità dimostrabili. 
Nello sviluppo dello spirito, Leibniz distingue tre momenti:
  1. la conoscenza delle verità necessarie o delle loro astrazioni;
  2. gli atti riflessivi ai quali noi siamo portati proprio dalla conoscenza delle verità necessarie;
  3. le scienze o conoscenze dimostrative di cui ci rende suscettibili il secondo momento.
Si può dire che lo spirito va dai principi agli esseri, e dagli esseri ai fenomeni, o ancora dal possibile all'assoluto e dall'assoluto al reale, o dalla logica alla metafisica o dalla metafisica alla scienza.

30. E' per mezzo della conoscenza delle verità necessarie e delle loro astrazioni, che noi ci eleviamo agli atti riflessivi, che ci fanno pensare a quel che si chiama io e ci portano alla considerazione che questa cosa o quella è in noi; così, pensando a noi, noi pensiamo all'Essere, alla Sostanza, al semplice e al composto, all'immateriale e a Dio stesso, pensando che quel che è in noi limitato, è invece senza limiti in Lui. E questi atti riflessivi forniscono i principali oggetti dei nostri ragionamenti.
(pp. 150 -151, La Teodicea)

CONCLUSIONE
Quello che più ho apprezzato di Leibniz è che la conoscenza non è sempre perfetta, anzi trae il radicamente dal sensibile e diventa, nell'uomo, autonoma, fondata pur non essendo distinta. L'anima umana non è un qualcosa di passivo, anzi è sempre attiva ed è sempre percipiente.
Anche se mancano della distinzione, alcune delle nostre percezioni, sono assolutamente chiare e dotate di un'efficacia maggiore di ciò che si pensi, capaci di suscitare in noi un potere ingegnoso, che sottolinea il non so che a volte presente nella sensibilità soggettiva (Franzini, Mazzocut - Mis, Estetica. I nomi, i concetti, le correnti, Mondadori, 2007, pp. 33). 

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