lunedì 7 marzo 2011

Un po' di storia V: da Adriano alla crisi dell'impero


Alla morte di Traiano, adozione e successione erano state predisposte in tempo a favore di Elio Adriano. Uomo colto, di gusti raffinati, amante delle arti e delle lettere, poeta romano, Adriano da inizio a una delle età più prospere della storia romana, caratterizzata dalla floridezza economica, efficienza amministrativa e stabilità politica. A succedere Adriano, sarà Antonino Pio e poi Marco Aurelio: per entrambe i princeps è possibile confermare una tale predisposizione letteraria e prosperità.

Vorrei riportare alcuni passi di Marco Aurelio tratti dai suoi Ricordi:

“Quale piccola parte dell'infinito, dell’immenso tempo è assegnata ad ognuno. Presto sarà scomparsa in seno all’eternità. E quale parte della materia universale, quale dell’anima universale; sopra quale piccola zolla della terra intera ti trascini. Tutti questi pensieri ti persuadano a non immaginare nella importante, se non questo: compiere quello a cui la tua natura porta, e accettare quello che la natura universale reca” (XII, 32)

Diversi studiosi hanno voluto porre l’accento sui fatto di crisi che già si manifestarono in quest’epoca:
  • l’estensione progressiva delle famiglie dell’antica nobilitas, memoria storica e civile della romanità e dei suoi originari valori;
  • lo spopolamento delle campagne, con la conseguente recessione economica;
  • la pressione dei barbari lungo i confini;
  • il disagio spirituale delle popolazioni che avvertono sempre più il formalismo degli eventi ufficiali, orientandosi verso le religioni più misteriche ed esoteriche.

E’ difficile, però, negare la floridezza, la tranquillità sociale e il benessere materiale, ma i primi scricchiolii si sentono già: la peste e le prime invasioni barbariche stanno per arrivare già con Marco Aurelio. Ritornando a parlare proprio di questi tre monarchi, è possibile attribuire loro l’appellativo di “illuminati” poiché veicolarono una serie di ideali filosofici, confidarono nel potere della virtus e nel significato della civica, non perseguirono una politica di conquista e di espansione, ma di benessere sociale. Si è parlato, pertanto, di “impero umanistico” fondato sull’eredità spirituale delle tradizioni ellenico-romane, nonostante queste siano state sempre meno condivise dai ceti popolari.

Ma da cosa era caratterizzata questa particolare inclinazione intellettuale di questi princeps dell’ultimo periodo florido dell’impero?
Principalmente di un forte interesse verso la cultura greca: Adriano privilegiava questa lingua, Marco Aurelio la utilizzava per scrivere. In secondo luogo, dalla corrente filosofica neosofista che introdusse a Roma il gusto arcaizzante (in forte contrasto, poeticamente parlando, con i neologismi): ecco che le preferenze diventano Catone ed Ennio, piuttosto che Cicerone e Virgilio, e che i testi che si collezionano sono quelli greci.

Senza dover cadere in luoghi comuni, colpisce il contrasto tra lo stato di prosperità sociale e la situazione di chiusura e ripetitività della letteratura contemporanea, fatta eccezione di Apuleio. Vengono meno i generi letterari illustri, la storiografia si orienta verso l’epitome, gli studi si indirizzano verso l’enciclopedismo delle curiosità e la lirica verso il recupero estetizzante del passato. La letteratura viene concepita per lo più come un nobile intrattenimento e come esercizio di bello stile. Quali sono le cause di questo piccolo – grande cambiamento? E’ difficile trovarne uno solo e sintetizzarlo: tuttavia, il sempre più distacco fra letteratura e vita civile e l’assenza di dibattiti intellettuali possono essere una prima risposta.

Il 17 marzo del 180 Marco Aurelio morirà e gli succederanno Commodo, poi “dannato dalla memoria”, la dinastia dei Severi (193 – 235) e l’età dell’anarchia militare (235 – 284). Nel frattempo scorrerie dei barbati (Goti, a partire dalle penisole balcaniche, e Visigoti poi con l’assedio e l’espugnazione dell’Urbe), crisi economica, inflazione sempre crescente a causa degli alti costi degli eserciti e dell’instabilità sociale, spopolamento delle campagne indotto dal calo demografico e dalle epidemie creano un quadro di incertezza e di miseria di cui restano testimoni gli apologisti cristiani dell’epoca. Il vescovo Cipriano intorno al 246-247 descriveva così lo stato dell’impero:

“le strade sono sbarrate dai briganti, i pirati percorrono i mari, dappertutto si sparge sangue e si fa guerra tra forze nemiche; sangue fraterno bagna il mondo” (Ad Donatum 6)

A cercare di arginare i diversi problemi ci penserà Diocleziano (284 – 305): l’opera di riforma avviata riguardò l’intera vita amministrativa ed economica dell’impero, riunificato lungo i confini tradizionali e riorganizzato in un sistema compatto che prevedeva due Augusti (uno a capo delle terre d’Occidente, l’altro di Oriente) e due Cesari (già designati per la successione, in modo da evitare disordini dinastici). Nel perseguire il suo progetto autocratico, Diocleziano cercò di eliminare ogni forza antagonistica. Va spiegata così la terribile persecuzione dei cristiani che insanguinò l’impero fra il 303 e il 305 e che continuò localmente fino al 312. Bisogna ricordare che agli occhi di Diocleziano non poteva sfuggire il carattere anti-istituzionale assunto dalla religione cristiana (si pensi ai casi di diserzione militare, all’aperto rifiuto dei culti imperiali), né lo stato di conflittualità e di disgregazione in cui versavano le sette cristiane (da sempre divise su questioni dottrinali). Il proposito di ripristinare uno Stato forte e organico imponeva, dunque, la restaurazione dei culti tradizionali.
Saranno, però, Costantino e Teodosio a restaurare l’unità dello Stato romano attenuando i tatti sacrali e autocratici della figura imperiale e soprattutto a porre rimedio alla questione religiosa della natura di Cristo (Concilio di Nicea, 325).

Non vorrei soffermarmi ora sulla questione religiosa, che farò prossimamente, e neppure sulla “nuova filosofia” neoplatonica di Plotino. Lascio questa parte a un altro periodo che per me non è più classificabile come “romano”.

Vorrei solo ricordare ultime due cose.
In primo luogo, l’esaurimento dei generi poetici nel II secolo (l’elegia di Ovidio, l’epica, la poesia tragica e satirica); l’unica produzione significativa sarà quella dei poeti novelli, caratterizzata dal tono lieve dei versi e dall’occasionalità della composizione. Sempre nel III secolo, la questione non cambia: la poesia resta un gioco colto e raffinato, un lusus sperimentato in forme brevi e ricercate, nelle quali prevale il virtuosismo stilistico e lo sfoggio delle abilità tecniche.

In secondo luogo, la caduta dell’Impero Romano d’Occidente.
Nel 410 Alarico espugna Roma, mettendola a sacco per tre lunghi giorni: cadeva il mito di Roma, ormai da anni non più residenza imperiale. Rifacendosi ad antichi oracoli, i pagani interpretarono la caduta di Roma come l’inevitabile conseguenza di un’empietà, e cioè la cacciata degli dei tradizionali a favore dell’unico dio cristiano.
Nel settembre del 476 Romolo Augustolo, ultimo imperatore romano d’Occidente, venne deposto da Odoacre, re degli Eruli. L’episodio passò inosservato, Roma “cadde senza rumore”. Eppure di rumore ce ne fu prima e molto: invasioni barbariche, la divisione interna dell’Impero, le guerre civili (perenne disgrazia dell’Impero), l’imbarbarimento dell’esercito, ma soprattutto la forte crisi economica sociale, le diverse realtà delle province, il cristianesimo e la decadenza del mos maiorum.

In poche righe finisce questo immenso capitolo, estremamente interessante.
Vorrei ancora dedicare un post ad Apuleio, Boezio e Cassiodoro. Sant’Agostino sarà un’altra storia.

domenica 6 marzo 2011

Un po' di storia IV: età dei Flavi e di Traiano (ai limiti del periodo argenteo)


Procediamo celermente verso la conclusione dell’Impero Romano d’Occidente.

Con Nerone (morto nel 68) si conclude la dinastia giulio-claudia e l’Impero si ritrova in una situazione simile a quella delle guerre civili: Galba, Otone, Vitellio e Vespasiano si contesero la successione. Con l’ultimo dei quattro inizia la dinastia dei Flavi e proprio con questo imperatore, di umili origini e non incline ai fasti orientali, Roma resurgens: lo Stato romano ritrovò solidità e stabilità all’interno, gli attriti tra il princeps e senato parvero sopiti e al posto della guerra civile, ora si trovavano pace e ordine. A Vespasiano succederanno Tito e Domiziano: quest’ultimo restaurò il modello autocratico che era stato di Caligola e Nerone, facendosi chiamare dominus et deus e sottoponendo il senato a un forte controllo da parte sua, censura perpetua.
Due elementi sono da sottolineare in questo periodo. In primo luogo le vendette e il sistema di delazioni, processi ed esecuzioni decise dal princeps contro personaggi politici o letterati ostili, in secondo luogo, le persecuzioni delle sette filosofiche e religiose provenienti da oriente.

A seguire ci sarà Nerva, un anziano esponente della nobilitas romana ad assumersi il compito di riannodare il legame tra l’istituzione imperiale (prevalentemente sostenuta dai ceti proletari e dalle forze militari) e il senato. Con Nerva, alla dinastia dei Flavi faceva seguito l’epoca dei cosiddetti imperatori adottivi: sarà proprio lui a sostituire il principio dinastico con quello dell’adozione per la “scelta del migliore” per la stabilità e la continuità dell’impero. Dopo Nerva seguirà Traiano, un ufficiale di guerra di origine spagnola (primo imperatore di origine provinciale) che godeva del favore delle sue truppe. Cosa accadde nel frattempo al senato? Secondo le ricerche di Groag, sotto Traiano, non più di trenta senatori risalgono alle antiche gentes; la gran parte è costituita da uomini di rango equestre proveniente dall’Italia e dalle province orientali, una nuova nobilitas, dunque supina ai voleri del princeps e favorevole senza troppi dilemmi all’istituzione imperiale. Con la generazione di Tacito, si può dire che si spengono definitivamente le nostalgie repubblicane, alimentate per più di un secolo dall’aristocrazia senatoria. E’ sotto Traiano che l’Impero allarga i propri confini, raggiungendo il culmine della propria espansione.

Ma cosa accadde a livello di cultura? Seneca, Lucano e Petronio appartengono ancora all’epoca di Nerone, con quella dei Flavi si ritorna in un epoca di severità, austerità, misura e disciplina: la figura più prestigiosa è quella di un oratore, Quintiliano, che bandisce lo stile fascinoso e irregolare di Seneca a favore del modello ciceroniano. Tacito, uno delle più importanti personalità di questo periodo, si comporta in un modo molto particolare: capisce che il momento per i letterati non è dei più fecondi e, dunque, non si espone. Il poeta più umorale e vivace è Marziale che si limita a ripresentare i toni irriverenti di Catullo solo nel privato, mentre nel pubblico esibisce quello spirito di cortigianeria e adulazione. L’uomo che meglio caratterizza il periodo è Plinio il Vecchio (di cui abbiamo già parlato): ora possiamo capire che la sua opera non è solo e semplice catalogazione, ma è il risultato della preoccupazione di un funzionario dell’impero nei confronti della poesia e della filosofia.

Ci fu, complessivamente, un ritorno al classicismo del secolo precedente da leggere come un rifiuto verso tutto quello era orientale e uno stile meno brioso e più austero. Tuttavia, non dobbiamo leggere questo periodo come un periodo di restaurazione: si pensi alla contraddittorietà di Seneca, alla poesia spregiudicata di Marziale. Quello che colpisce è piuttosto l’uso tecnico e virtuosistico della tradizione con la quale i nuovi poeti si confrontano: smarrite le tensioni ideali e i furori tragici dell’età neroniana, le scelte espressive si traducono in un’operazione colta e raffinata di manipolazione dei modelli, antichi come recenti. Si prenda ad esempio i tre poeti epici di questo periodo, Valerio Flacco, Stazio e Silio Italico, e il loro stile: questi oscillano tra un neoclassicismo di ispirazione virgiliana (la pax augustea del periodo di Ottaviano sembra molto simile, anche se lontana, a quella realizzata dai flavi) e le suggestioni del barocco d’età neroniana.

Bisogna ricordare che siamo in un epoca in cui è praticamente assente il mecenatismo: questo vale per tutto il periodo che va da Vespasiano a Traiano. Tuttavia non tutto è da “buttare”: in età imperiale si assiste a una crescente diffusione della cultura e degli studi, collegata sia all’ascesa di nuovi ceti sociali, sia all’esigenza, da parte della macchina statale, di poter contare su una burocrazia preparata ed efficiente. Di qui una serie di provvedimenti imperiali finalizzati a promuovere l’istruzione pubblica, dall’istituzione di cattedre finanziate direttamente dallo Stato all’edificazione di importanti biblioteche. Tali mutamenti, sociali e culturali, determinarono un processo di tecnicizzazione delle discipline filologiche e grammaticali, che in età repubblicana erano strettamente legate agli studi filosofici, e ora acquistano un particolare statuto. La conseguenza più importante è che le ricerche sull’origine della lingua e sul suo funzionamento vengono accantonate a favore di un’impostazione tecnico-pratica, di carattere essenzialmente normativo e classificatorio. Remmio Palemone è il più illustre grammaticus, autore dell’Ars grammatica, ma anche Asconio Pediano e Valerio Probo, probabilmente il più famoso.

Vorrei soffermarmi su un autore, Marziale e il motivo principale è perché nei suoi epigrammi ha cominciato a parlare di sé attraverso confessioni autobiografiche che riguardano la sua vita quotidiana di cliente non povero, ma sempre sul punto di diventarlo, e che perciò deve continuamente affannarsi per difendere il proprio status sociale e mantenere un livello di vita decoroso. Il contrasto tra la propria condizione reale e il desiderio di un otium stabile e sereno prende spesso la forma del contrasto fra la vita di città e quella di campagna.

Surgentem focus excipit superba
vicini strue cultus iliceti,
multa vilica quem coronat olla.
(Epigrammata XII, 19-21)

Tuttavia la campagna di Marziale non assume mai i riflessi idillici, né il significato morale, che si ritrovano in Virgilio o in Orazio; tanto meno la potenza sacrale della Natura lucreziana. Marziale, come Ovidio, è un poeta di città; la campagna rappresenta per lui solo un luogo di svago e di riposo. Tutta la poesia per Marziale appare segnata da valori materiali: il suo è un mondo i cose concrete che si possono mangiare, toccare e possedere. La povertà è per lui una miseria morale, una diminuzione sociale.

Infine, mi piacerebbe ricordare l’obiettività e la passione di Tacito. Negli Annales, un tema dominante è il rapporto fra nobilitas senatoria, sistematicamente vessata, e il principato, istituzione che mise fine alle guerre civili, ma che aveva imposto in cambio il sacrificio della libertas. Tacito sa che il principato è una realtà inevitabile, e che sarebbe anacronistico sperare in un ritorno alle antiche istituzioni politiche, tramontate già all’epoca di Augusto. La scelta per Tacito non è tra repubblica  e principato, ma tra tirannia intollerante e monarchia coadiuvata dal senato. Un compromesso, insomma. Tacito è orientato a leggere nella storia recente di Roma, i segni di una irreversibile decadenza: lui, aristocratico e conservatore, guarda con diffidenza ogni forma di cambiamento. Ma proprio queste due componenti, fanno sì che il suo punto di vista sia affilato e obiettivo: denuncia la corruzione e l’ignoranza a livello di tutti i strati sociali:

“Ho deciso di non riferire se non le opinioni particolarmente notevoli per nobiltà o per bassezza; poiché giudico che il compito precipuo degli annali sia di preservare dall’oblio gli atti virtuosi e di far sì che contro le parole e le azioni disoneste vi sia il timore dell’infamia da parte della posterità”
(Annales III, 65, I)

sabato 5 marzo 2011

Un po' di storia III: periodo argenteo (Seneca e Petronio)

Un autore del periodo argenteo è Lucio Anneo Seneca. Fu una personalità molto controversa e sembra portare con sé le contraddizioni della sua epoca. Sia nella vita privata per l’incoerenza delle sue austere dottrine professate e le ricchezze accumulate senza scrupoli, sia nella vita politica, per i compromessi attuati all’epoca del principato neroniano, ma anche per la doppiezza e l’opportunismo mostrati negli anni precedenti (con Claudio e Nerone poi).
Ma la contraddizione si rivela anche nella sua personalità e nelle sue opere: Seneca parla spesso di vita ascetica e contemplativa, ma nello stesso tempo non rifiuta cariche politiche, come anche elogia il senso della misura e del controllo contro un uso della lingua attraverso uno stile sfavillante che risulta anticlassico sia nella forma sia nella sostanza.
Comunque la sua rimane una morale prevalentemente romana: attiva, proiettata verso l’esterno, fondata sul principio del bene comune. Qualcosa cambierà poi quando sarà ridotto al silenzio politico. Ed è forse proprio in questo momento che dai testi di Seneca emergerà l’interiorità.

Bisogna precisare che due sono i poli intorno ai quali si sviluppa il pensiero di Seneca: da un lato quello politico, dall’altro quello della vita interiore. C’è uno spostamento non irrilevante: dalla vita pubblica a quella privata portando a compimento un processo che era in atto da almeno due secoli in Roma e che si richiamava alla grande tradizione delle filosofie ellenistiche. La vita umana va misurata anche sul piano spirituale e morale: saggio è colui che si sottrae all’urgenza delle passioni e alla pressione degli eventi storici, rendendosi libero, cioè padrone di sé. Con queste parole si può capire come la libertas con Seneca si sposta dalla sfera politica a quella etica: solo chi serve la filosofia, è veramente libero (philosophiae servias oportet, ut tibi continua vera libertas). Storicamente è questa la grande scoperta di Seneca, quella che consente al suo pensiero e alle sue opere di attraversare i secoli cristiani e di giungere fino alle soglie della modernità. Ricordiamoci un secondo quanto detto su Cicerone: quando lui parlava di bene comune e di etica morale, le sue parole non erano rivolte all’individuo, ma alla politica. Il ragionamento cambia con Seneca: la filosofia, che per Cicerone era un ottimo strumento per guidare la politica, offre gli strumenti per resistere all’empia storia; l’interiorità è l’unico luogo dove gli uomini possono sottrarsi all’inautenticità degli avvenimenti esterni. Occorre innanzitutto saper guardare in sé stessi, e solo in seguito volgere gli occhi a quanto ci circonda: me prius scrutor, deinde hunc mundum.
Il saggio per Seneca è colui che sa resistere ai colpi della fortuna e della storia: nessun può fare del male a chi ha ormai raggiunto la vera saggezza, cioè la libertà interiore, che implica a sua volta il giusto ed equilibrato distacco dalle cose del mondo.
Ricordiamoci però che questa interiorità non è legato a un concetto teologico di divinità insita in ognuno di noi (questo avverrà poi con S. Agostino), bensì l’interiorità di Seneca è ancora legata a una forma di razionalità che governa gli eventi del mondo.

(quis deus incertum est) habitat deus
(Epistulae ad Lucilium 41, 3)

Ultima osservazione che vorrei riportare su Seneca è legata al suo stile: tutt’altro che semplice, estremamente elaborato, ricco di artifici retorici, di antitesi e di paradossi, in cui predomina una costruzione del periodo non secondo le modalità ciceroniane (ipotattico), ma le proposizioni sono legate tra loro mediante coordinate. Il centro del discorso, retoricamente parlando, si sposta dal periodo alla singola frase, alla singola espressone, chiamata ad irradiare un maximum di significato in minimum di spazio.

Contemporaneo di Seneca, per quanto se ne possa sapere, è Petronio che in tutto si differenzia (persino nella morte, anche lui per suicidio, in cui si narra che si rifiutò categoricamente di sentire versi sull’immortalità dell’anima, preferendone alcuni più licenziosi) dal filosofo stoico.

Mi interessa il Satyricon per la questione dell’appartenenza a un genere non definito e per la sua relazione con il mito.

Ritorniamo al punto primo: a quale genere appartiene il Satyriconi? Per i contemporanei di Petronio e per i successivi studiosi romani, il testo era una fabula cioè un testo prevalentemente di indirizzo avventuroso e di tono patetico. Potrebbe avere, però, delle parentele con il romanzo greco: in entrambe i casi, i protagonisti vivono vicende avventurose, ma il ribaltamento parodistico attuato da Petronio è veramente drastico. Nel romanzo greco, al centro della storia trovavamo una storia di innamorati, mentre nel Satyricon troviamo due omosessuali, non virtuosi e fedeli, ma viziosi, corrotti, pronti ad ogni avventura. Non c’è alcuna possibilità di una conclusione felice, di un progetto che possa a portare a buon esito.
Il Satyricon sembra, dunque, proporsi con la parodia del romanzo greco, una sorta di antiromanzo, un’ “Odissea comica”: l’idealizzazione sentimentale dell’amore è sostituita dall’irrompere di desideri esclusivamente materiali, ovvero sesso, cibo e denaro; le situazioni non sono serie ma comiche e umoristiche. E’ l’abbassamento comico del mito.

Potrebbe essere definita come una fabula milesia, genere narrativo popolare nel mondo latino in cui da protagonista erano delle novelle di argomento per lo più erotico e piccante, narrate con maggior realismo rispetto alla materia amorosa idealizzata dal romanzo greco.

Un’ultima osservazione. Quello che ci fa osservare Petronio non è solo la possibilità di scrivere qualcosa di diverso e di contrastante sia nella forma, sia nei contenuti rispetto al mito, ma anche una certa forma di realismo mimetico. Ricorrendo al mimo (da cui un autore trae gli elementi descrittivi per narrare una scena o un atteggiamento) e alla satira, Petronio riesce a caratterizzare le figure delle sue novelle (si prenda ad esempio quelli della Cena Trimalchionis) come se fosse un vivido affresco del mondo contemporaneo.

I personaggi colti fanno uso di un latino colto, ipotattico ed elegante; quelli incolti, invece, si esprimono in un latino espressivo, paratattico e volgare. Ecco ad esempio il linguaggio di Trimalchione: “Amici” inquit “non dum mihi suave era in triclinium venire, sed ne diutius absentivos morae vobis essem, omnem voluptatem mihi negavit. Permittitis tamen finiri lusum”.
Naturalmente lo stile “cozza” con il personaggio che poi risulterà poi ridicolo e, a fine cena, totalmente ubriaco.

Ora, questo brano sembra avere molta familiarità con quello di Orazio (Cena Nasidieni), tuttavia l’uso della parodia è ancora una volta totalmente differente. In Orazio, la satira veniva utilizzata per denunciare il vizio e trasmettere valori positivi, in Petronio la scrittura e il contenuto veicolato non hanno fini morali. Anzi, Petronio sembra totalmente distaccato e questo è confermato più che altro dal divertimento per come si scrive e per cosa si scrive: una prosa mista a versi, diversi registri linguistici, il gusto per la parodia e le pastiche, la fusione di elementi fantastici e reali. Inoltre, Petronio non prende mai posizione, non enuncia mai un giudizio e i suoi personaggio sono caratterizzati dall’interno per mezzo dei loro comportamenti che non sono mai univoci. Non c’è mai una visione globale su un personaggio, e forse è proprio per questo motivo che è impossibile darne un giudizio.

Quello che è presente, comunque, in Petronio è una critica ai modelli precostituiti e una critica indiretta, ricorrendo all’uso parodistico di aneddoti che appartengono all’enciclopedia dell’epica greca e romana, nei confronti degli autori contemporanei e precedenti. Provate a leggere questa dichiarazione di poetica, e capirete:

Quid me constricta spectatis fronte Catone,
damnatisque novae simplicitatis opus?
Sermonis puri non tristis gratia ridet,
quodque facit populus, candida lingua refert.
Nam quis concubitus, Veneris quis gaudia nescit?
Quia vetat in tepido membra calere toro?
Ipse pater veri doctus Epicurus in arte
iussit, et hoc vitam dixit habere telos.
Nihil est hominum inepta persuasione
falsius nec ficta severitate ineptius".

venerdì 4 marzo 2011

Un po' di storia II: periodo aureo e argenteo

Abbiamo visto nel post precedente che il referente e il mittente del messaggio letterario nel periodo successivo alla morte di Ottaviano cambia, assumendo forme più spettacolari e cerimoniose rivolte all’elogio del princeps.

Tuttavia dobbiamo immaginare che in un epoca si presentano correnti e controcorrenti e che, dunque, a poeti che tendevano a elogiare si affiancano quelli che praticano l’uso delle satire. Persio, ad esempio, scrive sei componimenti di misura varia che costituiranno il libro delle satire: nel primo, la satira è di argomento letterario, il poeta si scaglia contro i poeti contemporanei  e contro la moda delle pubbliche recitazioni. Il degrado della letteratura contemporanea, asservita al gusto di un pubblico vizioso e fatuo, è secondo l’autore la diretta conseguenza del degrado morale e sociale dei tempi. Occorre, secondo Persio, una poesia che parli del vero e denunci il vizio, rifacendosi ai modelli di commedia antica e della satira romana.  
Persio non vuole limitarsi con le sue satire solo a osservare la realtà, a dipingerla in superficie: per comunicare una verità di ordine morale in un mondo piagato dal vizio, è innanzitutto necessario sferzare il lettore. Si propone dunque di “raschiare via” la crosta degli atteggiamenti sociali, di svelare ciò che sta sotto l’apparenza dei comportamenti. In altre parole, si parla di demistificazione che altro non è che la funzione chirurgica della sua satira.

Tralasciamo per un secondo la trattazione poetica e addentriamoci in quello che dalla morte di Ottaviano è stato definito come il sapere enciclopedico.
In età augustea, in concomitanza con le grandi istituzionali avviate da Giulio Cesare e completate da Ottaviano, si avverte una nuova e più matura esigenza di sapere tecnico-scientifico: Varrone scrive il De re rustica, riservando agli ultimi anni della sua vita il progetto enciclopedico delle Disciplinae, Igino compone un De agri cultura e un De apibus, Vitruvio scrive il suo importante trattato sull’architettura.
L’interesse per le discipline tecnico-scientifiche era destinato a ricevere un impulso ancora maggiore nel I secolo d.C. per opera di personalità come Celso, Plinio il Vecchio, Pomponio Mela, Frontino. A ciò collaborarono la maggior prosperità economica dell’impero, con il conseguente ampliamento dei ceti alfabetizzati; la formazione di quadri intermedi nell’amministrazione della macchina statale, sempre più bisognosa di figure professionali specializzate; l’allargamento degli orizzonti sociali e intellettuali provocato dall’espansionismo romano (si pensi all’uso delle carte geografiche e alla studio che vi fu dietro alla loro costituzione).

Due sono i modelli che si confrontano e talvolta si intersecano nella stesura di un’enciclopedia. Uno è quello del manuale specialistico, di derivazione greca e alessandrina, che in Roma non aveva ancora goduto di particolare interesse; l’altro, quello tipicamente romano, dell’enciclopedia, che mira all’ordinamento dei vari saperi specialistici all’interno di un progetto organico e compiuto.

Tra i diversi autori, vorrei prendere in considerazione Celso (ca. 14 a.C. – ca. 37 d.C.), autore di una vasta opera enciclopedica intitolata Artes, che comprendeva sezioni di agricoltura, medicina, arte militare, retorica, filosofia e diritto. Concepite in modo autonomo, le singole sezioni dovettero cominciare assai presto a circolare separatamente, favorendo nel corso del tempo la disgregazione dell’opera complessiva: noi possediamo sola la sezione riservata alla medicina, suddivisa in otto libri.
Nella prefazione all’opera, Celso si muove con equilibrio e ragionevolezza tra le due posizioni dominanti nell’ambito della medicina antica, quella dei teorici e quella degli empirici. I teorici sostenevano che la guarigione dipendesse dallo studio delle cause occulte, gli empirici, invece, parlavano di teorie interpretative generali. Celso assunse una posizione intermedia: occorre prestare attenzione ai propria, cioè agli aspetti caratteristici di ogni singolo caso, evitando di assolutizzare le proprie convinzioni, ma è necessario anche indagare le cause della malattia.

Un altro autore molto interessante è Plinio il Vecchio (23 d.C. – 79 d.C.). Assieme a Quintiliano, Plinio è lo scrittore che meglio rappresenta l’età dei Flavi, caratterizzata da un ritorno all’ordine e da una visione burocratica e amministrativa dello Stato romano. Come Celso, anche Plinio si incarica di mettere ordine nel campo del sapere universale e il suo massimo risultato si ritrova nella Naturalis Historia
Si tratta di un trattato di 37 libri pubblicato intorno agli anni 77-78. Il termine historia ha il significato di “ricerca”, come la sua origine greca, e, dunque, il titolo è da intendersi in questo modo: “ricerche sulla natura”.


L’opera di Plinio esordisce con un libro di indici (il piano dell’opera) seguito dall’elenco delle fonti e dal numero delle notizie e dei dati raccolti. I libri affrontano una materia vastissima: cosmologia (II), geografia ed etnografia (III-VI), antropologia (VII), zoologia (VIII-XI), botanica (XII-XV), agricoltura (XVI-XIX), medicina (XX-XXXII), metallurgia e mineralogia, contenenti un prezioso excursus sulle arti figurative (colori, pietre e marmi) tra cui pittura, scultura e architettura (XXXIII-XXXVII). L’opera è introdotta da una lettera dedicatoria al futuro imperatore Tito, nella quale l’autore illustra il vasto progetto (“Libros Naturalis Historiae, novicium Camenis Quiritium tuorum opus, natos apud me proxima fetura licentiore epistula narrare constitui tibi, iucundissime Imperator”).

La particolarità di Plinio è quella di aver pensato a una grande enciclopedia del mondo naturale, a cui l’autore giunge sospinto da un’insaziabile curiosita e dall’esigenza di salvare un vasto patrimonio di informazioni che sarebbe in altro modo andato distrutto. Se si pensa, infatti, alla deteriorabilità dei rotoli di papiro, del continuo ricopiare i testi, che impone necessariamente di una scelta, si capisce perché Plinio abbia voluto procedere a ricapitolare un’intera tradizione senza troppo preoccuparsi dell’autorevolezza delle fonti.
L’autore organizza l’immenso materiale raccolto mettendolo all’interno di una serie di “contenitori”: il materiale zoologico, ad esempio, viene distribuito in quattro libri, dedicati uno agli animali terrestri, uno agli animali acquatici, uno agli uccelli e un altro agli insetti. Se la struttura può sembra ben assortita, il contenuto risulta a volte irregolare e il filo del discorso spesso viene abbandonato come se l’autore avesse fretta di raccogliere il maggior numero di materiale possibile.

Procedere per associazioni di idee, per affinità con una serie di sbalzi che creano spazi per digressioni spesso di natura favolosa, permette di comprendere come lo spirito classificatorio di Plinio non sia solamente di tipo scientifico, ma forse anche antropologico. Sembra che il mondo naturale sia per lui un gran contenitore di mirabilia, un’area di stupefacenti bizzarrie, di cui Plinio offre un grande e quasi inesauribile repertorio:

“Praecipue India Aethiopum tractus miracoli scatent. Maxima in India gignugntur animalia. Indicio sunt canes grandiores ceteris […] Multos ibi quina cubita constat longitudine excederem non expuere, … ” (VII, 21 - 22).

Insomma, per Plinio la natura è un magazzino di prodigi ed è proprio lui a scegliere quelli che possono suscitare maggiore spettacolarità. Il suo atteggiamento è molto eterogeneo e dipende dalle seguenti istanze:
  • deve organizzare il suo lavoro e nello stesso tempo ha l’ansia di raccogliere il maggior numero di fonti, materiali;
  • deve essere critico, ma nello stesso tempo è anche un narratore fantastico, fra la consapevolezza di un controllo delle fonti e l’orientamento favoloso dell’esposizione.
Alla fine Plinio sembra cedere al fascino irresistibile della notizia peregrina, abbandonando, quasi, il criterio selettivo:

“per la maggior parte dei fatti che esporrò, non impegnerò la mia garanzia, rinviando piuttosto a quelle fonti, che citerò in circostanza dubbia” (VII, 8)

In questo inventario del mondo, con una prevalenza del gusto esotico, Plinio è riuscito doppiamente nel suo intento. Da un lato, effettivamente, grazie a lui abbiamo la conoscenza di un enorme patrimonio folclorico, etnologico, scientifico e tecnologico che sarebbe altrimenti andato perduto. Dall’altro, non dimentichiamoci che Plinio, nelle pagine dedicate all’uomo, ha espresso la sua idea di questo grande inventario: l’uomo viene spesso descritto come essere fragile e corrotto, preda di malattie e di infelicità (Lucrezio?), ma c’è una possibilità nel migliorare la propria vita tanto da affermare che “Dio è, per un mortale, aiutare un mortale” e che “questa è l’unica via verso la gloria eterna” (II, 18). Non male?

mercoledì 2 marzo 2011

Un po' di storia I: periodo arcaico, aureo e argenteo


Fino ad ora ho preso in considerazione gli autori della società e cultura nell’età della tarda repubblica. Si tratta dell’età di Cesare, di Cicerone che va dalla morte di Silla alle Idi di marzo del 44.
Tuttavia la storia della cultura e della letteratura romana non si conclude qui: vorrei occuparmi, d’ora in poi, del periodo successivo a Cicerone (con una breve parentesi ancora riguardante al periodo aureo) e comprendere bene quest’epoca così vasta e diversificata.

Fino a Lucilio, la poesia latina era stata opera di letterati di origine non romana e di condizione sociale non elevata (talora anche servi, se pur affrancati per meriti artistici). La loro attività era stata incanalata verso forme di produzione letteraria direttamente controllate dallo Stato (commedia e tragedia) o mediate attraverso il filtro di illustri protettori. Il poeta di età arcaica (dal 241 a.C. al 78 a.C., morte di Lucio Cornelio Silla) non possedeva il prestigio familiare e l’indipendenza economica per rendersi autonomo nelle proprie scelte e per affermare la propria personalità.
Solo con Lucilio, i figli delle famiglie notabili e possidenti, italiche e romane, scelgono di essere poeti. La poesia di Lucilio, nonostante la forte carica di soggettività restava ancora legata ai valori morali e civili della res publica.
La conquista della soggettività come spazio esclusivo di espressione poetica è un avvenimento da iscrivere nella cultura del I secolo a.C. Ci sono i poeti nuovi (Catullo), oratori/filosofi (Cicerone), storiografi (Cesare e Livio), poeti (Virgilio, Lucrezio, Ovidio, Orazio) e molti altri ancora che, con il loro testi, avviano un periodo di grande portata innovativa e trasgressiva, sul piano etico, estetico che possiamo sintetizzare nei seguenti punti:
  • la scelta dell’otium letterario in quanto dimensione autonoma, nettamente separata dall’attività politica, verso la quale i nuovi poeti manifestano per lo più un atteggiamento di estraneità e disinteresse, talora un drastico rifiuto;
  • la sprezzante esclusione o progressivo allontanamento dai generi illustri della tradizione (epica e tragedia) a favore di una poesia di argomento soggettivo o erotico-mitologico;
  • la centralità, nell’attività artistica, delle esperienze personali e sentimentali (e in particolare di quelle amorose)
  • un ideale di poesia raffinata ed elitaria, programmatica svincolata da impegni di esemplarità civile e morale, rivolta a pochi amici selezionati e non all’intera civitas.
La poesia, insomma, comincia a diventare una realtà autonoma e assoluta che richiede dedizione totale. Il poeta esalta la propria individualità umana, identificandosi solo nei valori che ritiene più opportuni e affini. Anche quando utilizza un patrimonio di immagini e di concetti tradizionali, lo fa in modo del tutto personale, risemantizzandoli e innestandoli originalmente nel proprio sistema poetico.
Il poeta arcaico usava ogni parola e ogni concetto facendo riferimento all’intera città, di cui era il cantore; il nuovo poeta soggettivo, che trova in sé e nella propria interiorità i valori etici ed estetici, fa riferimento esclusivamente alla piccola città degli amici e dei solidale, crea una poesia di circolo, disinteressata ai grandi temi pubblici e nazionali.

Ora proviamo a fare un salto temporale e posizioniamoci nel periodo dell’età giulio-claudia (14-68 d.C.). Non siamo più nel periodo aureo di Cicerone e Augusto, ma in quello che potremmo definire come “argenteo” (che durerà fino a Traiano, 117 d.C.) e il genere letterario principale è quello storiografico. Tra Livio e Tacito fiorisce un ampio numero di storici, molti dei quali si dedicarono alla trattazione degli avvenimenti contemporanei e delle guerre civili, ritenute a ragione la causa prima dei rivolgimenti istituzionali in atto. La storiografia era stata, con l’oratoria, tradizionale appannaggio dei membri del senato: mentre l’oratoria, ormai svuotata del suo tradizionale significa, era rapidamente degenerata in età augustea nelle forme ludiche e spettacolari delle declamationes, la storiografia continuò a restare la forma privilegiata di espressioni della nobilitas. Non stupisce, dunque, il sempiterno conflitto tra princeps e senato, che tale storiografia assume presto come dichiarata opposizione al principato ed esaltazione nostalgica della libertas repubblicana e dei suoi rappresentanti più esemplari (Cicerone, Catone Uticense, Bruto e Cassio). Insomma è una storiografia di opposizione.

Per quanto riguarda la poesia, c’è un periodo di stagnazione creativa. L’unica novità è rappresentata dalle favole di Fedro, un genere situato ai margini del sistema letterario tradizionale. Prevale nel complesso un tono leggero.
A determinare tale situazione contribuiscono senza dubbio vari fattori, primo fra tutti il clima di sospetti, di servilismo e di repressine che segna la nuova età imperiale. I rapporti tra uomini di cultura e potere sembrano ridursi ai modi dell’encomio o del conflitto: opere intere bruciate, denunce per aver composto una tragedia alludendo in modo diverso alla figura di Tiberio, eccetera.
Virgilio e Orazio avevano celebrato il regime augusteo, ma in forme originali e meditate, senza venir meno a una sostanziale autonomia di giudizio. Dall’obsequium si passa ora alla più plateale adulatio in cui al posto dell’invocazione alle muse si sostituisce quella rivolta al princeps. Si aggiunga, infine, il rapido tramonto del mecenatismo: le grandi famiglie romane , ormai svuotate di peso politico, preferiscono dirottare le loro ambizioni sulla magnificenza della vita mondana e i princeps non sono particolarmente interessati.

L’età di Nerone, invece, si prospetta diversamente con una rifioritura della poesia e del mecenatismo.
Nerone promuove le arti e istituisce i ludi: da qui poesia e diversi generi letterari. La poesia satirica di Persio, il poema storico di Lucano, il teatro tragico di Seneca, eccetera.
La politica culturale di Nerone va interpretata nell’ambito di un progetto assolutistico di segno ellenizzante: il protagonismo e spettacolarità di Nerone si contrappone al conservatorismo della nobilitas.
Con gli scrittori augustei, la letteratura latina era giunta alla conclusione di un lungo processo storico di imitazione-emulazione dei modelli greci. Tuttavia, già a partire da Ovidio qualcosa cambiò: nuove modalità espressive, utilizzo dei diversi generi letterari. E la poesia ovidiana preannuncia e in parte influenza gli esiti della poesia di età neroniana, definita come anticlassica, manieristica o baroccheggiante (descrittivismo, amplificazione, virtuosismo verbale, sovrabbondanza retorica, digressione, effetti ingegnosi, vibrazione patetica). Insomma il poeta di età neroniana è spinto a forzare il linguaggio oltre i limiti imposti dalla tradizione, che pure resta un punto di riferimento irrinunciabile (soprattutto Ovidio e Virgilio).
Ecco, dunque, rinnovarsi le declamationes, esercizi retorici, recitationes, letture di brani , con un successo travolgenti che identificano un periodo caratterizzato da spettacoli sia politici (istrionismo di Nerone), sia letterario (spettacoli).

martedì 1 marzo 2011

Ovido...tra illusionismo, finzioni e intertestualità

In vista del traguardo nella mia disanima dei testi e degli autori romani, vorrei soffermarmi sulla poetica di Ovidio (43 a.C.) facendo in modo particolare riferimento alle Metamorfosi.

Si tratta di un poema epico nel quale convivono forme di poesia pastorale, di commedia, di tragedia, di poesia didascalica e innologica, e dove il tono idillico si incrocia con quello grottesco e ironico, toccando gli estremi del fiabesco e del novellistico. Il motivo conduttore su cui si regge la composizione del poema (la metamorfosi) sembra dunque agire anche a un altro livello, quello dei generi letterari: c’è una pluralità di generi codificati in molti e diversi linguaggi.

Addentrandosi più approfonditamente nella poetica ovidiana, è possibile affermare che il rapporto classico tra natura/arte si rovescia. Infatti, se il principio fondamentale su cui si reggeva l’arte classica era quello mimetico (l’arte che imita la natura al punto tale da ingannare lo spettatore), con Ovidio qualcosa cambia: è l’arte, e non la natura, a costituire un modello ineguagliabile di perfezione. Se l’estetica della mimesi affermava che l’opera d’arte è così perfetta da sembrare reale, quella ovidiana, invece, afferma che la natura è tanto perfetta da sembrare un’opera d’arte (Giampiero Rosati).
Ad esempio, nell’episodio di Diana e Atteone, l’antro viene così descritto: “che la natura col suo estro / aveva reso simile ad un’opera d’arte” (III, 158 – 159). Così vale anche per le persone: il figlio di Mirra ha un corpo “come quello dei nudi Amorini dipinti nei quadri” (X, 515).

Ovidio gioca poeticamente sui confini non sempre sicuri tra reale e fantastico, tra verità e finzione. Talvolta, egli stesso dichiara all’interno del poema di non credere alle vicende che sta narrando:
  • vix ausin credere, confessa ironicamente a conclusione della storia di Tereo e Filomela (VI, 56);
  • quis hoc credat, nisi sit pro teste vetustas?, commenta dinanzi allo spettacolo delle pietre che si trasformano in uomini (I, 400).
Il fatto di immettersi nel testo e di domandarsi se ciò che sta narrando sia vero o meno enfatizza la potenza immaginativa e illusionistica dell’arte, che si fa creatrice di mondi fascinosi e perfettamente autosufficienti proprio in quanto “finti”. Si potrebbe definire la poetica di Ovidio in una certa qual maniera come “antimimetica” o “anticlassica” anche se, secondo me, si tratta più che altro di una forma di poetica che vuole andare oltre a certi confini di genere creando, comunque, un certo rapporto attraverso somiglianze e differenze con quelle poetiche che rientrano, invece, nei confini.

Metamorfico non è solo il mondo della natura (nella trasformazione da una forma all’altra, il poeta rintraccia dei tratti comuni e delle corrispondenze tra vecchia e nuova forma, come vuole l’analogia), ma anche il linguaggio della poesia. Se si prende in considerazione l’episodio di Dafne e Apollo (I, 452 – 567), il trapasso dalla figura femminile alla forma d’albero è fondato sulla puntigliosa ricerca dell’isomorfismo: ricorrendo al linguaggio della biologia, si dovrebbe dire che Ovidio scopre tra essere imano e albero tutta una serie di analogie. Ad esempio, il busto della donna è il tronco d’albero, i capelli sono il fogliame, le braccia i rami, il piede corrisponde alle radici con l’opposizione mobilità/fissità, il volto della donna è la cima dell’albero. Ognuna di queste corrispondenze si configura come una metafora che può trovare il suo fondamento anche sul piano della lingua: per esempio il busto umano e il tronco d’albero possono in latino essere indicata dalla stessa parola truncus; il rapporto tra crines e frondes è sostenuto dalla metafora per cui coma indica la chioma, il fogliame dell’albero.
Nella trasformazione di Dafne, dunque, le metafore sono narrativamente organizzate in modo da costituire un qualcosa in movimento: il nuovo essere vegetale, che nasce dalla scomposizione e ricomposizione operata da Ovidio, è il risultato del miracolo dell’analogia (E. Pianezzola). Interpretata come una sorta di metafora narrativa, la deformazione ci permette di rivisitare il concetto di corpo umano, di albero alla luce dei cambiamenti.

Dopotutto, anche filosoficamente per Ovidio tutto è in trasformazione (come già diceva Pitagora):
« nihil est toto, quod perstet, in orbe.
cuncta fluunt, omnisque vagans formatur imago;
ipsa quoque adsiduo labuntur tempora motu,
non secus ac flumen; neque enim consistere flumen
nec levis hora potest: sed ut unda inpellitur unda
urgeturque prior veniente urgetque priorem,
tempora sic fugiunt pariter pariterque sequuntur
et nova sunt semper; nam quod fuit ante, relictum est,
fitque, quod haut fuerat, momentaque cuncta novantur. »
(Metamorfosi, XV, 177-185)

Interessante è anche la dimensione intertestuale : Ovidio pare gareggiare con tutti i grandi capolavori della letteratura greco-latina, dai poemi omerici alla Teogonia, dalle Argonautiche di Apollonio Rodio al De Rerum Natura di Lucrezio, componendo un poema in grado, secondo Ramous, “di assurgere a emblema di tutto l’universo materiale e culturale, di tutto l’universo presente e passato; un poema che si leva oltre i limiti imposte dalle varie poetiche per progettarsi come summa di tutto il patrimonio letterario del mondo occidentale”.
Ad esempio, rivisita e rielabora episodio dell’Eneide (e dunque anche dell’Odissea) colmando mediante l’inserzione di miti metamorfici alcune ellissi narrative di Virgilio. Ma è con la già citata citazione dalla lirica di Orazio che si conclude il poema, nove versi che potrebbero apparire in contrasto con la poetica e la filosofia della trasformazione e che consacrano la sua opera: “né l’ira di Giove, né il fuoco / o il ferro e il tempo che tutto corrode, potranno distruggere” (XV, 871 – 872).

E Lucrezio?

Vorrei prendere in considerazione un autore che ho citato nei post precedenti e analizzare la sua influenza nel corso dei secoli per capire come si è giunti assumerlo come punto di riferimento. Vorrei anche far vedere come, a seconda del contesto storico-culturale dell’epoca (dall’età augustea a quella romantica), non sempre lo si sia accettato come modello.

L’autore che vorrei considerare è Lucrezio (nato nel 94 o nel 96 a.C.) con il suo testo principale, il De Rerum Natura.

I suoi contemporanei lo sembrano ignorare pressoché completamente: gli unici accenni si trovano in Cornelio Nepote e in Cicerone che, forse, revisionò il poema. Anche in età augustea, soltanto Ovidio ricorda Lucrezio con un elogio molto elevato: “carmina sublimis tunc sunt peritura Lucreti / exitio terras cum dabit una dies”. Un silenzio quasi senza motivo: probabilmente nell’ambito del programma di restaurazione religiosa e civile voluto da Augusto non era gradita un’opera che proclamava la totale estraneità e l’indifferenza degli dei nei confronti degli uomini; inoltre, bisogna ricordare che la maggior parte degli intellettuali dell’epoca erano di formazione epicurea e che l’ideale dell’otium informava di sé vaste zone della cultura augustea.

Tuttavia l’influsso esercitato dalla sua opera sarà in seguito vasto e profondo: il riconoscimento della sua grandezza, secondo l’usanza alessandrina, finisce dunque per passare attraverso la tecnica del richiamo trasparente al modello. Echi lucreziani si trovavano già in Catullo (carme LXIV), come nel De Finibus e nel Somnium Scipionis di Cicerone, ma anche in Virgilio nella VI ecloga con il racconto dei miti cosmogonici.

Durante l’età imperiale, Lucrezio comincia ad essere trattato come un classico e studiato nelle scuole (Seneca).

Con l’affermazione del Cristianesimo ritorna in primo piano il conetnuto dottrinale, filosofico e religioso del poema, che diventa, come è facile comprendere, un facile bersaglio polemico. Nonostante il dissenso, alcuni autori cristiani vengono attratti dalla forza espressiva e dalla sublime solennità dei suoi versi. L’imitatio lucretiana riprende fra il III e il IV secolo: Cipriano si serve dei versi finali del poema per trattare la diffusione dell’epidemia nell’età primitiva; Lattanzio riprende l’elogio a Epicuro per esaltare la figura di Cristo.
Alle soglie del Medioevo, Boezio e Cassiodoro ricordano il suo nome. Isidoro di Siviglia (VI – VII secolo) scrive un De natura rerum utilizzando Lucrezio (per la parte relativa ai fenomeni meteorologici) e ne cita interi versi. Dopo di che, le testimonianze si fanno sempre meno frequenti, anche se proprio al IX secolo risalgono i codici più antichi e autorevoli. Sembra perdersi il ricordo dell’opera di Lucrezio, mentre il termine “epicureo” assume il significato di “eretico” e più precisamente di “negatore dell’immortalità dell’anima”. Dante appunto scriverà (Inferno, X, 13-15): Suo cimitero da questa parte hanno / con Epicuro tutti suoi seguaci, / che l'anima col corpo morta fanno.

In età rinascimentale, la conoscenza di Lucrezio non è così diffusa: lo leggono, lo commentano e lo imitano, benché non ne condividano le dottrine, Giovanni Pontano, Marullo e il Poliziano. Anche Marsilio Ficino scrive un importante commento al poema, ma lo distrugge subito dandolo alle fiamme.

Dal Rinascimento in poi, Lucrezio costituirà una presenza viva dal punto di vista filosofico: Montaigne e Giordano Bruno ne sono un esempio. E’ proprio attraverso la mediazione di Lucrezio che nel Seicento, il secolo dell’empirismo e della nuova scienza, accanto a Galileo e Keplero si diffondono le idee di Democrito ed Epicuro, che influenzeranno Bacone e Newton.

Il culmine poi arriverà tra il Seicento e il Settecento, fino a giungere alla prima traduzione italiana del De Rerum Natura di Alessandro Marchetti, letterato e scienziato di estrazione galileana. Non si dimentichino poi l’influenza su Voltaire, Rousseau, Vico, Alfieri (che lo contrappose ai poeti cortigiani come Virgilio, Orazio e Ariosto), Foscolo e Leopardi (i passaggi più estremi, cupi e pessimistici del De rerum natura li ritroviamo anche in quelli di Leopardi).

L’Ottocento positivista mostra di apprezzare il poema lucreziano soprattutto per i suoi aspetti ideologici e materialistici, che continueranno ad agire nel nostro secolo negli ambienti di ispirazione socialista e marxista. Ma nell’Ottocento non bisogna dimenticare la nascita degli studi filologici: è proprio dalla ricostruzione critica del testo di Lucrezio, che il Lachmann ricava nel 1850 un metodo di indagine, quello della recensio (volto all’identificazione di uno stemma genealogico e alla ricostruzione del manoscritto archetipo da cui derivano tutti i successivi) tuttora alla base di quella disciplina che si chiama “critica del testo”.