venerdì 18 febbraio 2011

Riflessioni sulla figura dell'oratore, parte V

Seguito delle osservazioni presentate nei post precedenti.

10. Se sì è affermato che in parte l’oratoria proviene dal mondo greco, come mai è così diversa dalla civiltà romana? A rispondere a questa domanda ci pensa Catulo affermando che pur essendo nato a Roma, movimentata di cause private e nell’amministrazione di un vastissimo impero, l’oratore romano (e qui, Catulo si sta riferendo a Crasso) ha abbracciato una quantità così vasta di conoscenze e l’ha congiunta con la scienza e la pratica dell’uomo di Stato, godendo di una buona reputazione dei cittadini. Per quanto riguarda, invece, l’uomo greco, pur essendo nato nella patria delle lettere, no ha saputo mantenere e conservare l’eredità degli antenati (III, 131);

11. Tutto quello detto e scritto fino a ora è vero, ma a un certo punto Cicerone afferma che l’oratore ideale dovrebbe superare lo stesso filosofo poiché ha il dono della parola. Vediamo ora perché. Cicerone apprezza fortemente la figura dei filosofi e su questo non c’è dubbio: dal verso 137 al 141 elenca tutta una serie di figure eminenti di questa sfera, al punto che uno di questi diventò il maestro di Filippo. Inoltre, Cicerone non è contrario a definire l’oratore come filosofo dal momento che questa persona oltre a possedere la sapienza, avrebbe anche l’eloquenza. Tuttavia, è doverosa una precisione, secondo il nostro autore: “l’incapacità di parlare da parte di chi, pur provvisto di capacità espressive, non ha nulla da dire, non sono del pari degne di lode. Ma quando dovessi scegliere tra le due condizioni, preferirei esser saggio senza esser capace di esprimere quel che so, anziché essere ignorante e dire soltanto sciocchezze” (III, 142). Insomma, per Cicerone la cosa fondamentale è l’espressione del proprio pensiero. Se si vuole che questa persona sia anche filosofo, non c’è nessun problema per il nostro autore. Tuttavia, se si distingue il filosofo dall’oratore, il filosofo sarà in una posizione inferiore: mentre l’oratore perfetto possiede tutte le conoscenze del filosofo, questo, nonostante il suo bagaglio di erudizione, non dispone necessariamente della facondia;

12. Il parlare ritmicamente, proprio dell’oratore, è utile al discorso e la figura dell’oratore. Questo principio di utilità è alla base della natura fisica del mondo: è la natura stessa, nella sua mirabile attività creativa, ad aver inserito il principio che le cose fossero utili. Sono proprio il bisogno a riprendere fiato e la brevità del respiro a determinare i punti fermi e le pause minori del periodo. Il ritmo procura piacere ed è utile all’oratoria (III, 178 – 182). Dalla lunghezza del respiro, dipendono le pause che sia in poesia, sia in prosa sono necessarie e questi elementi riescono ad essere percepiti anche dai non esperti (è per questo che Cicerone affermerà che è competente il giudizio degli incompetenti e questo deve preoccupare sia i poeti sia gli oratori, anche se in maniera diversa (III, 197 – 199).

Il seguito del testo prende in considerazione altri aspetti dell’oratoria, analizzando la voce, i gesti, le figure del pensiero e della parola. Minuzioso è il lavoro di Cicerone ponendo esempi concreti ed efficaci.

Vorrei ribadire che l’elemento che a me interessa maggiormente è proprio la conoscenza enciclopedica che dovrebbe possedere l’oratore. Questo concetto verrà poi ripreso da Quintiliano che affermerà che l’oratore dovrebbe essere un tuttologo, anche un uomo onesto  optima sentiens optimeque dicens” [XII, 1, 25], o - come disse già Catone e ripresa, come abbiamo visto da Cicerone – “vir bonus dicendi peritus”. Quest’ultima espressione enfatizza, dunque, le qualità morali (bonus) e la perizia tecnica (peritus) che nasce dal sapere e dallo studio. Se uno sconosce l’argomento, poi le parole verranno da sé (Catone: rem tene, verba sequentur).

mercoledì 16 febbraio 2011

Riflessioni sulla figura dell'oratore, parte IV

Proseguendo nella lettura del Libro III del De Oratore annoto, seguendo anche la numerazione del post precedente, le seguenti riflessioni:

6. Crasso espone la sua versione del perfetto oratore: “Ma, se spunterà fuori un giorno qualcuno capace di ragionare su qualsiasi argomento e su qualsiasi genere di causa alla maniera di Aristotele, e seguendo i precetti, saprà sostenere due tesi opposte della medesima causa, oppure, imitando Arcesila o Carneade, saprà battersi contro tutto ciò, che gli sia stato opposto e che, infine unisca ad una formazione teorica siffatta questa nostra abitudine a questo nostro esercizio del dire, quegli sarà il vero, il perfetto, il solo oratore! Poiché l’oratore non potrà essere sufficientemente impetuoso, né forte senza questo vigore forense, né bastevolmente elegante e saggio senza varietà di conoscenze” (III, 80). Ancora una volta il varietate doctrinae è ribadito attraverso l’elemento del forensibus nervis che rende bene come alla pratica debba essere fare da compagna una forte dose di studio e di conoscenze. Secondo me, questo tipo di conoscenze è di natura enciclopedica e intertestuale poiché sembra più un qualcosa che si sedimenta nel tempo e che continua a rimanere tramite la continua riscoperta (vedere punto 9).
Siamo nella sfera del piacere del sapere e Cicerone lo ricorda: “Si aggiunga che il desiderio di sapere è insaziabile”, libet autem sempre discere (III, 88);

7. per quanto concerne lo stile, l’orazione troverà il suo totale coronamento quando si parlerà in modo ornato e in modo conveniente. “Ed ecco quale ne sarà il risultato: l’orazione sarà piacevole in sommo grado, eserciterà la massima efficacia sui sentimenti di coloro, che ascolteranno e sarà il più possibile nutrita di argomentazioni” (III, 91).  Si sceglierà, inoltre, “uno stile che domini gli ascoltatori che domini gli ascoltatori e che sia, inoltre, capace di dilettarli non solo, ma di dilettarli senza stancarli” (III, 97);

8. secondo Crasso, parlando a proposito della disposizione delle argomentazioni, sarebbe necessario seguire questo schema (III, 113 – 117):
- CONGETTURA: si può ricercare l’esistenza di una cosa, oppure la sua origine, oppure la causa e la ratio, oppure la sua trasformazione (esempio: Quale è l’origine delle leggi?);
- DEFINIZIONE: si ricerca quali concetti siano universali e come sono impressi nella mente umana (esempio: E’ proprio dell’oratore parlare con eleganza? Può farlo un altro oratore?);
- CONSEGUENZA: possono essere semplici (interessa, dunque, il desiderio e il divieto, il giusto e l’ingiusto, l’onesto e il turpe. Ad esempio: E’ onesto andare incontro alla morte per amore della gloria?) e complessa (differenziazione tra ciò che è simile e ciò che differisce oppure esamina di uno dei due termini di confronto. Ad esempio: Debbono i saggi preoccuparsi del giudizio della moltitudine o di quello dei cittadini migliori?);

9. Vorrei precisare che Cicerone afferma “non si tratta soltanto di affinare la lingua e di formarla ad una espressione brillante, ma di corredare il nostro spirito d’una soave, abbondante e varia ricchezza di conoscenze, le più numerose e le più importanti” (III, 121). In latino: maximarum rerum et plurima rum suavitate, copia, varietate. Poche righe più avanti l’oratore conferma proprio quanto avevo detto nel punto 6: “E’ nostro […] è tutto nostro cotesto patrimonio di filosofia e di scienza, nel quale questi sfaccendati si sono cacciati, come se si trattasse d’un bene avuto in eredità” (III, 122). Proprio a questo Cicerone introduce un’argomentazione interessante: come dovrebbe essere l’insegnamento. Partendo dal presupposto che la mente umana non può da sola avere una capacità così potente di sapere e di conoscenza, ma necessita di un precedente, di un qualcuno che l’abbia saputo prima, oltre all’interesse e alla curiosità è necessario che l’oratore indaghi in questa profondità di conoscenze (vastissima, ma non completamente oscura). Si prosegue poi con il seguente ragionamento: “colui che parlerà o scriverà, sia educato ed istruito fin nella scuola primaria, come si conviene a fanciulli bennati, arda dal desiderio di sapere, sia ben dotato naturalmente, venga esercitato nella discussone di tutti i casi generali e indeterminati, si scelga, per approfondirli ed imitarli gli scrittori e gli oratori più eleganti. [...] Disponendo pertanto di così grande ricchezza d’idee, la natura stessa, senza alcuna guida, arriverà facilmente agli ornamenti del discorso, purchè non manchi di esercizio” (III, 125)

martedì 15 febbraio 2011

Riflessioni sulla figura dell'oratore, parte III

Vorrei in questo post continuare l'elenco iniziato in quello precedente e terminare con una serie di riflessioni tratte dalla lettura del testo di Elio Franzini e Maddalena Mazzocut-Mis I nomi dell’estetica, Bruno Mondadori, 2003

4. Crasso elenca una serie di precetti che riporto di seguito. Per quanto riguarda l'elocuzione è necessario:
  • parlare in pura lingua latina attraverso lo studio della grammatica (le regole della flessione nominale, quella verbale, la concordanza del numero e del genere) nel corso del periodo dell'istruzione primaria (III, 37-39);
  • parlare con chiarezza: parlare chiaro significa in primo luogo crea un discorso che abbia senso logico (ci sia un prima e un dopo) e che sia chiaro, ovvero che utilizzi termini che siano strettamente connessi alla comprensione dell'argomento (III, 50);
  • parlare con eleganza e convenienza. Per elegante Crasso intende: "Colui che nel parlare è preciso, chiaro, abbondante, luminoso nelle idee e nelle parole, colui che nella sua prosa faccia sentire una specie di ritmo e di cadenza poetica" (III, 53). Mentre, convenienti sono coloro che "regolano secondo le circostanze e la dignità delle persone; ebbene, questi meritano quel genere di lode, che si addice alla esattezza e alla convenienza" (III, 53).
5. la relazione tra oratoria e filosofia. Dopo aver fatto un elenco di filosofi (III, 56) noti per la loro saggezza, condotta e poichè uomini ricchi di cultura e di ingegno fecondo (doctissimi homines...ingeniis uberrimis - III, 57), Cicerone continua affermando che questa categoria di uomini, assieme ad alcuni politici, viveva e parlava bene. In particolare il riferimento è ai filosofi che "trattavano, discutevano, insegnavano l'oggetto della nostra ricerca  [...] Socrate sottrasse tale nome e separò con la sua dialettica la scienza del pensare bene da quella del parlare con eleganza, cose queste che, in realtà, ne formano una sola" (III, 60). Da questa separazione, continua Cicerone, nascerà la frattura tra la lingua e il cuore: oggi insegnano la morale maestri diversi da quelli che insegnano l'arte del parlare bene. Successivamente dalla filosofia socratica (e di Platone) si sono create poi una serie di sette a cui però il perfetto oratore non dovrebbe aderire perchè troppo legato ai piccoli giardini e troppo poco alla vita dei tribunali e del senato (in altre parole della repubblica). Afferma Cicerone: "quell'oratore, cioè, che noi vogliamo che sia l'ispirazione della vita politica, la guida della repubblica, il più eminente tra i senatori nel parlare e nel proporre pareri, il primo tra il popolo, il primo nelle cause di pubblico interesse" (III, 63).
Continuando una breve digressione storica delle diverse sette filosofiche, Cicerone afferma che dopo Socrate, i filosofi hanno cominciato ad allontanare gli oratori e li privarono del nome di filosofi, mentre, invece, prima c'era una forte e mirabile alleanza tra pensiero e parola.
Il fatto è che, secondo Crasso e dunque secondo Cicerone, il campo dell'eloquenza è talmente vasto da abbracciare tutto (origine, essenza, mutamenti, virtù, doveri, sistema) anche quelle caratteristiche che interessano la sfera dello spirito e della vita degli uomini (costumi, usi, diritto, leggi) che sono necessari ingegno, istruzione ed esperienza (III, 76-78). Ecco che la filosofia può aiutare l'oratoria: "Ora, nelle questioni filosofiche è l'acume e la vivacità dell'ingengo, che fanno sprizzare da ogni cosa ciò che è verosimile e lo abbellisce grazie alla sua esperienza oratoria" (III, 79).

Vorrei riprende ora alcune osservazioni di particolare interesse che ho tratto dal testo che ho sopra riportato all'inizio.
In primo luogo, il percorso di studi e di analisi di Cicerone. In base ai due autori (Franzini e Mazzacut-Mis), Cicerone avrebbe cercato di risolvere l’intrinseca difficoltà di cogliere la verità delle res e lo straordinario potere di legittimazione e di costituzione di senso delle verba.
In altre parole, Cicerone non voleva “ridurre la conoscenza delle cose agli effetti di senso e alla persuasione dell’eloquenza […] ricercò un terreno comune in cui potesse esercitarsi il giudizio valutativo sulle questioni che non comportano delle conclusioni necessarie” (p. 136). Res e verba trovano questo terreno comune nel legame tra eloquenza e saggezza depositata nella memoria collettiva della tradizione (cultura, humanitas). L’uomo deve essere padrone di una conoscenza enciclopedica, di studium affinchè la sua opera non sia frutto di artificio.

Tre principi fondamentali (già detti precedentemente):
1. l’uomo deve avere una conoscenza enciclopedica, perché l’eloquenza è unica per tutti i campi;
2. all’uomo occorre lo studium, affinchè la sua conoscenza non sia solo artificio;
3. l’eloquenza è una possibilità propria dell’uomo, la sua humanitas, e dunque la retorica, intesa come artificio, nasce dall’eloquenza come facoltà naturale.

Gli autori fanno notare, inoltre, come il discorso di Cicerone sia sempre una mediazione tra la teoria e la pratica, tra l’artificiale e il naturale, tra l’artificio e le capacità innate all’uomo. Insomma, proprio in questo spazio intermedio si trova la figura dell’oratore: l’eloquenza (innata e spontanea) può accordare la varietà della realtà fenomenica alla realtà del linguaggio. Ecco perché Cicerone traccia i tratti dell’oratore ponendo non solo come elemento principale l’eloquenza, ma anche della filosofia: da qui la versione di vir bonus dicendi peritus, ovvero l’uomo dabbene che sa parlare bene.

Saggezza ed eloquenza, ovvero esercizio eloquente ed erudito della tradizione. Questa espressione ha due conseguenze che incidono profondamente sulla trasmissione della tradizione retorica e che concernono la storia dell’estetica (p. 137). Riporto le stesse parole degli autori: “ci si riferisce sia alle riformulazione dell’idea di luogo comune, di topos, sia al tema dell’elocutio (o lexis), cioè dell’espressione con cui le cose sono dette: questi due momenti dell’arte oratoria giocano un ruolo importante nella concezione dell’idea moderna e contemporanea di cultura e nell’interpretazione corrente della retorica come stilistica o deposito della tradizione”.

Ammetto che il concetto di "deposito della tradizione", per me, è di estremo interesse.

lunedì 14 febbraio 2011

Riflessioni sulla figura dell'oratore, parte II

Vorrei prendere in considerazione il terzo libro del De Oratore.
Fin dal suo principio, si nota la malinconia verso il tempo passato (epoca in cui è ambientato il dialogo, il 91 a. C.) e una rassegnazione nei confronti del tempo presente (epoca di Cicerone, il 55 a. C.).
Scrive Cicerone: “acerba sane recordatio veterem animi curam molestiamque renovavit. Nam illud immortalitate dignum ingenium, illa humanitas, illa virtus L. Crassu morte extincta subita est vix diebus decem post eum diem, qui hoc et superiore libro continetur”  (III, 1).

E continua: “Fuit hoc luctuosum suis, acerbum patriae, grave bonis omnibus; sed ii tamen rem publicam casus scuti sunt, ut mihi non erepta L. Crassi a dis immortali bus vita, sed donata mors esse videatur. Non vidit flagrante Italiam bello, non ardentem invidia senatum, non sceleris nefarii principes civitatis reos, non luctum filiae, non exsilium generi, non acerbissimam C. Mari fugam, non illam post reditum eius caedem omnium crudelissimam, non denique in omni genere deformatam eam civitatem, in qua ipse fiorentissima multum omnibus gloria praestitisset.”

Cicerone dedicherà poi ancora diversi passaggi raccontando le imprese retoriche e la morte di Lucio Licinio Crasso. Costui è il vero protagonista del dialogo (III, 2-. Il giorno 13 settembre, lasciata la villa di Tuscolo, s’era recato in senato a fronteggia l’arroganza del console Filippo, che in un discorso al popolo aveva distrutto l’autorità del senato dichiarando la sua azione legislativa inefficace, minacciando che oramai poteva farne a meno e che ne avrebbe eletto uno nuovo. Alle parole di Crasso, Filippo risponderà con minacce severe (sequestrerà i suoi beni) ottenendo la seguente risposta (paragonabile al canto del cigno):

Forse credi di spaventarmi con l’ipoteca sui miei beni – gridò – tu, che, dopo aver considerato tutt’intero quest’ordine alla stregua d’un bene da confiscare, ne hai distrutta l’autorità al cospetto del popolo romano? Non devi sequestrare i miei beni, se vuoi costringermi a cedere! Devi troncare questa mia lingua! Ma, anche quando mi fosse strappata via dalla gola, la mia libertà col suo stesso alito si opporrebbe alla tirannide!

Era stato così tanto lo sforzo nella sua oratoria che fu colto da dolori al fianco e ricondotto a casa febbricitante. Dopo sette giorni morì, morì in tempo per non vedere come Roma stesse degenerando. Ecco perchè i concetti espressi da Crasso sono così importanti nella costruzione di un buon oratore. 

Seguendo il ragionamento del retore, riporto di seguito alcuni principi fondamentali.
  1. prendendo spunto dalla filosofia antica, Crasso esprime che non ci sono cose che, staccate dal tutto, possono continuare ad esistere per sè sole e senza di esse le altre non possono conservare la loro vita e durare in eterno. Esiste un legame tra le scienze delle arti liberali che tiene stretti tutti i pensieri, testi, ragionamenti e opere: si tratta dell'amicizia. Esaminati, infatti, tutti i rapporti di causa ed effetto, si capisce che tutte le conoscenze sono collegate da un qualcosa che è l'armonia (III, 20-21);
  2. se il punto precedente ci porta a pensare nuovamente a una forma di conoscenza enciclopedica, Crasso ci riporta sulla terra considerando l'arte associata alla conoscenza enciclopedica, ovvero l'oratoria. Caratteristica principale di questa è la seguente: qualunque sia l'argomento, le idee o ragionamenti, una sola è l'eloquenza. Lo è sia nel contenuto del suo argomentare (da questioni scientifiche a quelle giudiziarie), ma anche nel fine (può istruire, infiammare, dissuadere, aizzare, eccetera). L'eloquenza e lo studio sono strettamente connessi e interdipendenti: hanno lo stesso peso (III, 22-25);
  3. l'unità nella varietà. Questo punto è strettamente connesso a quello espresso nel primo punto. Crasso afferma che, secondo lui, non esiste in natura alcun ordine di cose che non riveli, nell'ambito delle immense differenze e somiglianze, la presenza di una struttura armoniosa e piacevole (un tutt'uno).A questo proposito, Crasso prende in considerazione due arti, la pittura e la scultura, e afferma che, prese singolarmente, producono opere di grande varietà e aspetti in quanto è proprio nell'artista la presenza di una particolarità di produzione che lo differisce dall'altro (nonostante si stia ora parlando di pittura ora di scultura). E tale ragionamento vale anche per l'oratoria: tutto dipende dalle particolari qualità d'ognuno. Nella versione latina il concetto viene espresso nel seguente modo. "non sic, ut alii vituperandi sint, sed ut ii, quos constet esse laudandos, in dispari tamen genere laudentur" (III, 26). Il ragionamento poi continua prendendo in considerazione la familiarità tra l'arte oratoria e quella poetica: elenca alcuni nomi, tra cui Ennio, Eschilo, Sofocle, Euripide (tutti ugualmente celebri, nonostante il loro diverso modo di poetare - "quamquam omnibus par paene laus in dissimili scribendi genere tribuatur") concludendo con una domanda "Quis horum non princeps temporibus illis fuit? Et suo tamen quisque in genere princeps" (III, 26-28).
Come è possibile notare appaiono ragionamente leggermente distanti dalla visione della copia più o meno distante dalla verità, e si focalizza l'attenzione sull'ingegno della persona artista che può diventare il princeps della sua arte nella sua epoca.



domenica 13 febbraio 2011

Riflessioni sulla figura dell'oratore, parte I

Parte delle riflessioni che seguiranno sono state recuperate dall'introduzione al testo De Oratore curato da Amedeo Pacitti (Zanichelli, 1984)

Gli elementi posti alla base della formazone del perfetto oratore viene esposta dalla seguente frase:

"Si tratta, in effetti, di possedere un numero stragrande di nozioni, senza le quali la stessa facilità di parola diviene inutile e ridicola. Si deve badare allo stile, curando non solo la scelta, ma anche la disposizione dei termini. Si devono conoscere profondamente le passioni, che la natura ha posto nell'animo del genere umano, in quanto l'eloquenza deve esplicare tuta la sua efficacia o per calmare o per eccitare gli animi degli uomini. A tutto ciò si deve aggiungere una certa dose di grazia e di piacevolezza, cultura di uomo libero, prontezza e concisione congiunte a finezza ed eleganza nel rispondere e nel provocare [...] L'oratore [...] non deve trascurare lo studio delle leggi e del diritto civile" (I, 17-18)

Il concetto di "un numero stragrande di nozioni" viene ribadito anche nel passaggio seguente:
"... è una verità incontrovertibile che nessuno ha mai saputo eccellere nell'eloquenza senza aver appreso non solo le regole di quest'arte, ma non ha potuto neppure affermarvisi senza disporre d'una cultura enciclopedica" (II, 5)

In parte per sostenere questa tesi, Cicerone presenta due idee differenti di arte oratoria, dichiarate da due personaggi del dialogo, Crasso e Antonio (Pacitti, pp. 10-11).
Crasso si dichiara per una oratoria ricca e brillante di tipo gorgiano basata su una cultura enciclopedica (e dietro a Crasso, troviamo le riflessioni proprie di Cicerone) che, arricchita dalle qualità innate dell'oratore, dia corpo e forma all'oratore ideale. Egli deve avere una conoscenza profonda della filosofia, della psicologia, del diritto privato e pubblico, della storia di Roma, della geografia, dell'antiquaria, dei problemi politici. Insomma, deve essere il sacerdote dell'oratoria e porsi al servizio del cittadino e della repubblica ed esserne il consigliere. Per questo tipo d'oratore sono necessarie una serie di qualità attitudinali particolari: grande zelo, amore sviscerato per la sua arte, lungo esercizio della voce, bella presenza, arguzia, eleganza nell'esporre, approfondita lettura critica dei poeti e dei prosatori, paziente esercizio del tradurre (dal greco, principalmente).

Dall'altro lato, troviamo Antonio con un'idea totalmente differente. Pur non escludendo certe qualità di fondo, l'oratore potrebbe fare a meno d'una conoscenza così vasta: la sua formazione dovrebbe essere più propensa a luoghi come quelli del tribunale, del foro, del senato, nella pratica quotidiana delle cause pubbliche e private, d'ogni genere. Potrà conoscere l'essenziale delle altre discipline perchè conoscere tutto di tutto e sapere utilizzare questa conoscenza è una cosa non facile da realizzare. Per Antonio sembra che l'oratore debba essere un buon parlatore, capace di arringare partendo dal sentimento comune in una città nella quale l'attività politica è tutto. Di conseguenza, a differenza di Crasso, ci saranno alcuni generi specifici da prendere in considerazione, ovvero quello giudiziario, deliberativo, l'epidittico o dimostrativo.

Vorrei soffermarmi ancora su questa forma di cultura enciclopedica che io ritengo essere di estrema importanza. Nel corso del Libro III (111) si afferma che: "Ogni soggetto, pertanto, sia che si tratti di una questione astratta, sia che si tratti di casi concreti, riguardanti la politica e l'attività forense, offre la medesima materia di discussione: non c'è soggetto, che non si risolva in una questione teorica o pratica".

E ancora nel Libro II (64) : "is orator erit...qui quaecumque res inciderit, quae dictione explicanda, prudenter et compositione et ornate et memoriter dicet cum quadam actionis etiam dignitate"

Come fa però l'oratore a sedimentare questa cultura enciclopedica? Cicerone suggerisce la seguente strategia: "Ma è anche vero quell'altro modo di dire, che cioè gli uomini si abituano a parlare male parolando male. Per questo, in siffatte esercitaizoni, per quanto sia utile parlare spesso ed improvvisare, è assai più utile tuttavia prendersi del tempo per riflettere e parlare solo dopo aver compiuto una preparazione piuttosto accurata. Una cosa, ad essere schietti è veramente importante, una cosa che non facciamo quasi mai - costa fatica e i più la fuggono - scrivere il più possibile. [...] Solo quando scriviamo ci vengono incontro [...] sia l'arte sia il talento naturale sia la dottrina [...] (I, 150-151)

mercoledì 9 febbraio 2011

Cicerone, tra imitazione e creatività

Ho raccolto due osservazioni interessanti in alcuni libri che ho letto.

Il primo è di Marina Polacco, Editori Laterza, con il titolo L'intertestualità. Già dal titolo si può capire come il discorso che sto per fare interessi non solo l'imitazione, ma anche altre pratiche ad essa connesse come il richiamo, la citazione e la traduzione.
Parlando delle origini del concetto di imitazione, l’autrice prende in considerazione due periodi storici, quello greco e quello latino. Per quanto riguarda quello greco, osserva che già a partire da un poeta Bacchilide vi era una forte coscienza della presenza dell'intertestualità: "L'uno dall'altro apprende: così per il passato, così ancora. Non è certo cosa facile di parole mai dette trovare le parole". Frase importante che sta a indicare come sia impossibile concepire uno stato di assoluta verginità della parola, ma anche dei testi.

Ma quale rapporto esiste tra le letterature di diversi periodi storici (se è possibile classificarle in questo modo) o anche solo tra periodi diversi (che noi classifichiamo ed etichettiamo con determinati nominativi)? Secondo Jean Giraudoux “il paglio è la base di tutte le letterature, eccetto della prima, che del resto ci è sconosciuta.”

Se seguiamo il ragionamento dell’autrice e di Giraudoux, il rapporto tra letterature diventerebbe “antropologicamente” fondato sull’imitazione e/o sulla traduzione: la letteratura latina avrebbe tradotto quella greca, quelle romanze nascerebbe dalla ripresa e dal travisamento del patrimonio classico, la letteratura volgare italiana dall’importazione dei modelli francesi e occitani e così via (p. 13).
L’imitazione, quindi, è da intendersi come una strategia che presuppone una doppia complicità: da un lato si fa riferimento a un patrimonio comune, nella speranza o meno che il lettore possa identificarsi e riconoscere quanto l’autore sta scrivendo; dall’altro, l’autore in una certa maniera gareggia in bravura con il modello richiamato.

Il secondo testo che ho preso in considerazione è di Maria Bergamo e Monica Centanni (edizioni Paravia, 2005) con un titolo veramente interessante L’originale assente. In questo testo, ho trovato di molto interesse il riferimento al concetto di modello e alla differenza di percezione che si ha della copia e dell’artista tra il mondo greco e quello latino. Se per Platone, il modello o i modellio erano le Idee, da intendersi come qualcosa di inaccessibile (ma a cui aspirare) e poi trasferibili come cogitata species nella mente dell’artista, per Cicerone qualcosa cambi (p. 65). 

Abbiamo già preso in considerazione, anche se in maniera limitata, il De Oratore andando a scoprire che per Cicerone esiste la componente dell’immaginazione e della creatività dell’ingegno del filosofo a completamento della figura del retore. Ora si prendano in considerazione altri due testi, l’Orator e il Brutum che specificano il modello supremo di oratore. Cicerone, nel primo dei due testi, propone un paragone tra la creazione retorica e la creazione dell’artista figurativo affermando che esiste un modello mentale non solo per l’artista, ma anche per l’oratore.

Esiste, quindi, un modello originario di perfezione di cui si ha intuizione e la cui imitazione dà vita a grandi opere, delle quali però si ha una percezione sensibile: queste ultime appaiono come copie comunque inferiori all’originale, che è solo intuito. In questa gerarchizzazione del rapporto modello/copia, Cicerone si rifà esplicitamente a Platone, ma, nel contesto dello scrittore latino, il senso ontologico e gnoseologico delle idee, intese quali forme supreme delle cose, è rovesciato (p. 65). All’artista viene così riconosciuta la possibilità di emanciparsi sempre di più dall’imitazione del reale dando forma a libere rappresentazioni.

Insomma, le opere saranno comunque imitazioni delle forme ideali ispiratrici, ma la forma ideale sarà verificabile soltanto nella realizzazione concreta, per quanto inferiore, della copia. Il deficit che porta con sé la copia, con un valore inferiore di verità, trova un contrappeso importante nella creatività dell’artista. Comincia ad esserci al centro del nostro discorso l’uomo.

martedì 1 febbraio 2011

Roma, Romae, Romae, Romam …

Passiamo ora a Roma e a una delle maggiori figure, Cicerone, e cerchiamo di comprendere il periodo storico, la persona e la mimesis.

Il De Oratore è uno dei più importanti trattati sulla retorica scritto a quasi trent’anni di distanza dal precedente, il De Inventione, in una diversa e più ampia prospettiva di esperienze umane, politiche e culturali. Nel 57 Cicerone era ritornato dall’esilio, con l’illusione di poter influire in modo decisivo sugli eventi in corso. Ma già nel 56, la situazione cambia con il triumvirato: dallo sconforto nasce una nuova forma di ambizione, quella di poter contribuire allo sviluppo di una grande trattatistica, di argomento essenzialmente politico e civile, ancora inesistente in Roma, nascono così, nel giro di pochi anni, tre importanti trattati che abbracciano la problematica retorica (De Oratore), politica (De re Publica) e giuridica (De legibus).

Il De Oratore è composto di tre libri ed è stato scritto tra il 56 e il 55 utilizzando una tecnica più letteraria e umanistica rispetto a quella utilizzata nel De Inventione, il dialogo. Cicerone immagina che durante le ferie dei ludi Romani dell’anno 91, nella villa tuscolana dell’oratore Licinio Crasso, si svolga una dotta conversazione fra due più grandi oratori della sua giovinezza, Crasso e Antonio, insieme ai quali intervengono a dibattere altri personaggi della nobilitas romana, fra cui Lutazio Catulo e Scevola l’Augure.
Dopo un’introduzione nella quale Cicerone delinea le caratteristiche principali di un bravo oratore, ha inizio il vero e proprio dialogo condotto in un giardino simbolicamente arricchito di riferimenti letterari e dichiaratamente platonici* (cur non imitamur, Crasse, Socratem illumo, qui est in Phaedro Platonis? I, 28). Se la forma del dialogo e l’ambientazione ricordano Platone, la tecnica espositiva Aristotele poiché i dialoghi presenti sono tutt’altro che brevi e rapidi, anzi si tratta di lunghe esposizioni affidate ai vari protagonisti.

Ma che cosa s’intende per oratore e per arte oratoria? Se Antonio ritiene che l’abilità oratoria sia frutto di un’ars e di una pratica sul campo, Crasso, e dietro di lui Cicerone, sostiene una concezione più umanistica e non tecnicistica della retorica: l’oratore è il risultato di studi vasti e profondi, di grandi esperienze umane e civili. Alla base di questa concezione, risiede l’idea di Cicerone della necessità di relazione tra la retorica e la filosofia; il nostro autore fortemente polemizza con chi ha voluto scindere lo studio della parola persuasiva (retorica) da quello della verità (filosofia), il dicere (il discorso) dal sapere (il pensiero), la vita attiva da quella contemplativa.
Perché? Perché il tecnicismo oratorio porta solo al vaniloquio, alla pompa retorica priva di sostanza; il vero oratore deve essere qualcosa in più e questo qualcosa in più lo fornisce l’unione tra sapere filosofico e sapere retorico. Se non fosse così, come potrebbe la retorica servire la verità, il bene pubblico e la giustizia, senza conoscere ciò che è buono, giusto e vero (qui ricorda tanto Platone)? L’oratoria nutrita di filosofia, che indaga la verità, mette al servizio delle istituzioni le conoscenze acquisite, le trasferisce su un piano concreto, ne promuove la diffusione tra gli uomini.

E la nostra mimesis? Come vi rientra in questo trattato? Il fatto è che per Cicerone di estrema importanza nell’arte è ciò che ha origine nella mente dell’artista. Si comincia a parlare di qualcosa che possiede un certo carattere inventivo, insistendo sul fatto che l’oggetto della rappresentazione artistica non consiste nella mera copia dell’originale già dato dalla natura, ma in una immagine ideale, prodotta dalla mente dell’artista. L’imitazione, contrapponendosi alla verità, non è affatto una copia fedele a un modello, ma una libera rappresentazione in base a un modello ideale, in base cioè alle “idee” (dove il termine idee deve essere inteso come forme percepibili, create dalla mente dell’artista).

Le parti del testo da rilevare sono le seguenti:

Libro III, 57
Itaque, ut ei studio se excellentissimis ingeniis homines dediderunt, ex ea summa facultate vacui ac liberi temporis multo plura, quam erat necesse, doctissimi homines otio nimio et ingeniis uberrimis adfluentes curanda sibi esse ac quaerenda et investiganda duxerunt. Nam vetus quidem illa doctrina eadem videtur et recte faciendi et bene dicendi magistra; neque disiuncti doctores, sed eidem erant vivendi praeceptores atque dicendi, ut ille apud Homerum Phoenix, qui se a Peleo patre Achilli iuveni comitem esse datum dicit ad bellum, ut efficeret oratorem verborum actoremque rerum.

Libro III, 215
Ac sine dubio in omni re vincit imitationem veritas, sed ea si satis in actione efficeret ipsa per sese, arte profecto non egeremus; verum quia animi permotio, quae maxime aut declaranda aut imitanda est actione, perturbata saepe ita est, ut obscuretur ac paene obruatur, discutienda sunt ea, quae obscurant, et ea, quae sunt eminentia et prompta, sumenda.

* Si ricorda che per Cicerone, in base alla lettura di Pierre Grimal, il giardino è di per sé qualcosa che induce a pensare, un luogo privilegiato dove ritirarsi in se stesso e riflettere con la massima libertà (otium letterario). Insomma, il giardino può essere considerato come l’erede delle palestre, dei giardini filosofici e dei ginnasi della Grecia.