mercoledì 10 agosto 2011

Buone Vacanze

Con Kant e Vico interrompo la mia stesura di post. 

Vado in vacanza ... o così si fa per dire, dal momento che devo scrivere la tesi di dottorato. Riprenderò poi a settembre!


lunedì 8 agosto 2011

Vico e la Storia: protagonista è l'uomo

(testo di riferimento: La Scienza Nuova e Opere scelte di Giambattista Vico a cura di Nicola Abbagnano, UTET, Torino, 1951)
Il testo di Vico non è semplice, come anche la sua teoria. Rientra sia in questioni filosofiche, sia in questioni storiche, ma anche sociologiche: questo potrebbe produrre una "generalità confusionaria". La difficoltà di leggere Vico è espressa anche da Abbagnano (p. 11):

Alla chiarezza, propria di un linguaggio che pretende esprimere l'universalità della ragione e che perciò rende generici e impersonali tutti i suoi termini, si contrappone la precisione del linguaggio vichiano che pretende esprimere la realtà della condizione umana e perciò mette in risalto la singolarità di ogni termine. La passionalità che si riflette nel linguaggio di Vico non è un residuo psicologico che la riflessione del filosofo e lo stile dello scrittore non arrivano a vincere; è un elemento fondamentale dell'uomo, cui Vico intende deliberatamente mantenersi fedele, come nel pensiero così nello stile.

Credete a me ... è un testo non di semplice e veloce lettura. 

Per mettere un poco di ordine, Abbagnano cita l'interpretazione crociana e la sua distinzione di ordini di ricerche: ordine filosofico, storico ed empirico da cui rispettivamente si ricavano la filosofia dello spirito, la storia (o gruppo di storie) e la scienza sociale. 
  • filosofia dello spirito: la fantasia, l'universale fantastico, l'intelletto, l'universale logico, il mito, la religione, il diritto, il certo, il vero, la provvidenza;
  • storia: la storia universale delle razze primitive, la caratteristica della società eroica in Grecia e in Roma, la storia delle lotte sociali in Roma e della società medievale;
  • scienza sociale: il tentativo di stabilire un corso uniforme delle nazioni, i tipi di istituzioni e delle manifestazioni dei vari popoli.
Secondo Croce, e dunque, secondo anche Abbagnano, Vico avrebbe erroneamente confuso questi tre ordini di ricerche e queste discipline: eccone l'oscurità e l'ibridismo. Croce ha ripreso la dottrina di Vico soprattutto intendendola come filosofia dello spirito pertanto secondo Abbagnano la storia ideale eterna viene intesa come il ritmo delle forme universali dello spirito (e non la successione delle epoche della storia), i ricorsi come l'andamento circolare della vita spirituale che ritorna incessantemente sui suoi momenti, la provvidenza come la razionalità immanente nella storia, ecc. 

Ma procediamo con ordine e vediamo i concetti fondamentali:
  1. il rapporto tra vero e certo. Il vero è nel certo ovvero la verità viene razionalmente dimostrata con i fatti filologicamente accertati: è per questo che si fa ricorso non solo alla storia, ma anche al mito, alla poesia e alla lingua;
  2. la storia ideale eterna. Questa non è un ordine puramente ideale che non regge il corso della storia e non è la storia stessa, bensì il significato totale della storia, al quale essa tende continuamente, ma che non arriva mai compiutamente a realizzarla. Questa è la sostanza che sorregge la storia temporale dell'uomo, la norma che ne garantisce l'ordine. E' tutto ciò che la storia umana deve essere, nel suo valore compiuto, ma che non è mai realmente per la molteplicità, l'incertezza e il relativo disordine dei suoi eventi. E' quindi il canone per giudicare la storia umana, non questa storia stessa: un canone che però non le è estraneo, perchè costituisce il suo vero significato,
  3. la libertà dell'uomo. Il fatto che ci sia un canone che costituisca un vincolo e un riferimento di senso alla storia reale, non esclude il grado di incertezza della vita umana. Questa storia ideale non interviene miracolosamente a correggere gli errori degli uomini o a sopperire alle loro cattiverie o stupidaggini con un aiuto "dall'alto". Il solo protagonista del mondo della storia è l'uomo.Gli uomini hanno essi fatto questo mondo di nazioni: tale è il primo principio della scienza nuova. La trascendenza della storia ideale eterna significa solo che il significato della storia è continuamente al di là degli eventi particolari, di cui gli uomini sono autori. E' la trascendenza di una norma, cui il corso degli eventi non si adegua mai perfettamente, di una sostanzialità di valore che sorregge gli eventi nel loro corso ordinato, ma non si identifica con essi.
  4. il ricorso storico. Vico considera la condizione dell'Europa cristiana del suo tempo come apice della perfezione. Ci sarà dopo una ricaduta? Ora, secondo Vico, la ricaduta ci potrebbe essere se compaiono la corruzione e la debolezza degli uomini: anche in questo caso, non si tratta di una necessità immanente della storia, ma di un ordine che l'umanità deve salvaguardare. L'ordine o il canone di per sè non si trova mai realizzato pienamente nella storia umana, perchè deve essere realizzata dall'uomo. E l'idea del progresso? Il progresso implica arricchimento continuo della storia umana in virtù di una legge necessaria, implica che non ci sia alcun errore nella storia umana, nè male, nè decadenza, implica che la storia sia giustificatrice e non giustiziera. Ma questo non vale per Vico e, dunque, il concetto di progresso non esiste nella storia umana proprio perchè è umana. La storia è il campo di una lotta seria, nella quale l'uomo può fare affidamento sul proprio impegno morale; 
  5. ordine provvidenziale ed era primitiva. L'ordine provvidenziale è presente anche nelle prime epoche, in quelle più rozze che cerca di intendere e penetrare l'ordine attraverso la sapienza poetica. Non c'è una visione idilliaca dell'umanità primitiva come età dell'oro della ragione e dei selvaggi come esseri semplici, gentili e privi di vizi. Anzi, esistevano violenza, impulsi bestiali, uomini feroci ma erano pur sempre uomini: l'esistenza loro è pur sempre in qualche rapporto con l'ordine trascendente e questo rapporto è la fantasia. "La sapienza poetica, che fu la prima sapienza della gentilità, dovette cominciare da una metafisica, non ragionata ed astratta..." insomma la poesia esprimeva la natura del primitivo mondo umano;
  6. la poesia come sapienza. Per sapienza poetica si intende la riduzione di tutto il mondo umano, e del rapporto col trascendente che nè la base. Quando alla sapienza poetica, che è propria delle due prime età degli dei e degli uomini, subentra la sapienza riflessiva, la filosofia sostituisce la poesia come via di intendere il rapporto col mondo e con Dio.
  7. imitazione e poesia (p. 265). L'imitazione è insita nell'uomo dal momento che ad esempio tutte le arti si ritrovano nei secoli poichè le arti non sono altro che imitazioni della natura e poesie in un certo modo reali. Inoltre, p. 552, se la storia è una semplice enunciazione dei fatti, e dunque, del vero, la poesia è un'imitazione di più;
  8. il corso delle nazioni e le tre nature (p. 581). Vico rintraccia tre nature: la prima è fatta di fantasia, è poetica e creatrice, divina; la seconda fu di natura eroica, creduta da essi eroi di divina origine in cui tutti si credevano figli di Giove; la terza fu di natura umana, intelligente, modesta, benigna e ragionevole, la quale riconosce per leggi la coscienza, la ragione e il dovere. A queste tre nature corrisponderanno poi anche ulteriori trittici tra cui i sensi dell'uomo: l'ammirazione, la venerazione e il desiderio .

Io, Kant e il Soggetto (o meglio, il Soggettivo)

Utilizzo ancora questo ultimo post per prendere in considerazione l'importanza conferita al soggetto da Kant. Il testo di riferimento è sempre la Critica del Giudizio, Edizione Laterza1967. 

Dice Kant (pp. VII - VIII): Così io mi occupo ora della critica del gusto, la quale dà occasione a scoprire un'altra specie di principi a priori, diversi dai precedenti. Giacchè le facoltà dell'animo son tre: la facoltà conoscitiva, il sentimento di piacere e dispiacere, la facoltà di desiderare. Per la prima io ho trovato principii a priori nella critica della ragion pura (teoretica), per la terza nella critca della ragion pratica. Ne cercavo anche per la seconda; e, sebbene prima tenessi per impossibile trovarli, il procedimento sistematico, che mi aveva fatto scoprire nell'animo umano la divisione nelle tre facoltà menzionate ...  mi condusse su questa via; sicchè ora io riconosco tre parti nella filosofia, di cui ciascuna ha i propri principii a priori, che si possono dedurre, determinando con certezza i limiti della conoscenza possibile in tal modo: filosofia teoretica, teleologia e filosofia pratica, di cui certamente la seconda è la più povera di fondamenti a priori

Come si è già detto nei post precedenti, oggetto di questa critica è un termine medio tra la facoltà del conoscere e la facoltà del desiderare: il sentimento del piacere e del dispiacere o giudizio. Di questo Kant scrive (p. 16): contenga anch'esso, se non una sua propria legislazione, almeno un principio proprio di ricercar secondo le leggi, e che in ogni caso sarebbe un principio a priori puramente soggettivo.

Kant presenta uno schema della Critica del Giudizio:


Facoltà dell’animo
Facoltà di conoscere
Sentimento di piacere e dispiacere
Facoltà di desiderare


Facoltà di conoscere          Principi a priori                Applicazione alla
Intelletto                                Conformità a leggi               Natura
Giudizio                                 Finalità                                Arte
Ragione                                 Scopo finale                         Libertà

Più volte Kant afferma che il fondamento del giudizio di gusto, che è estetico, è soggettivo. Questo significa che il soggetto è cosciente di una certa rappresentazione (come ad esempio la visione di un edificio con delle belle forme o proporzioni) col sentimento di piacere: si tratta di una rappresentazione riferita al soggetto e che non dipende da un certo rapporto di esistenza con l'oggetto. 

Dopo il bello, leggendo il testo, mi sono accorta che l'importanza data al soggetto rientra poi nella disamina del concetto di sublime (vedasi i post precedenti):

Pel bello naturale dobbiamo cercare un principio fuori di noio, pel sublime naturale invece soltanto in noi stessi e nel modo di pensare che rende sublime la rappresentazione della natura ... si sviluppa un uso finale, che l'immaginazione fa della sua rappresentazione (p. 94)

...il sentimento del sublime impica, come suo carattere, un movimento dell'animo ... movimento deve essere giudicato come finale soggettivamente (perchè il sublime piace); esso è riferito, mediante l'immaginazione, o alla facoltà di conoscere o alla facoltà di desiderare (p. 95)

Speghiamo meglio questa disposizione dell'animo che si chiama sublime: in sintesi nella nostra immaginazione c'è come una spinta a proseguire verso l'infinito, mentre nella nostra ragione rimane una pretesa all'assoluta totalità. Questa sproporzione desta un sentimento di una facoltà soprasensibile (prodotta dall'immaginazione e dalla ragione): ciò che è assolutamente grande non è l'oggetto del senso, ma l'uso che fa naturalmente la facoltà del giudizio di certi oggetti a vantaggio di quel sentimento, in modo che rispetto a esso qualsiasi altro uso risulti piccolo. Sublime è ciò che, per il fatto di poterlo anche solo pensare, attesta una facoltà dell'animo superiore ad ogni misura dei sensi. 

Il giudizio stesso, nel giudicare qualcosa come sublime, riferisce l'immaginazione alla ragione, per accordarla soggettivamente con le idee di questa: insomma per creare uno stato d'animo conciliante e conforme. Pertanto, la vera sublimità va ricercata nell'animo di colui che giudica e non nell'oggetto naturale. Il che è possibile perchè la nostra propria insufficienza suscita la coscienza di questa facoltà soprasensibile illimitata del nostro stesso soggetto e l'animo non può giudicare esteticamente di questa se non per mezzo di quella facoltà. 

Si produce in noi, nel soggetto, un'intima stima (p. 115) non solamente con la potenza che mostra nella natura, ma ancor più con la facoltà, che è in noi, di giudicarla senza timore e di concepire la nostra destinazione come sublime rispetto ad essa.

Infine, ultimo elemento (anche se fondamentale, per ultimo, ci sarebbe il genio, per questo rimando al post precedente) è il gusto. La critica del gusto può essere soltanto soggettiva per quanto concerne l'arte o scienza, utilizzando sempre immaginazione e intelletto.

Perchè Kant vuole tanto soffermarsi su questo "soggettivo"? Perchè la condizione soggettiva di ogni giudizio è la facoltà stessa di giudicare, cioè il Giudizio (p. 142). Questa facoltà esige l'accordo tra due altre facoltà rappresentative (ormai a noi note), l'immaginazione (per l'intuizione e la comprensione del molteplice) e l'intelletto (per il concetto, in quanto rappresentazione dell'unità di questa comprensione del molteplice). Inoltre, poichè nessun concetto dell'oggetto sta a fondamento del giudizio, allora è la libertà dell'immaginazione di schematizzare senza concetto. Qui vi risiede il giudizio di gusto, sensazione che nasce dall'azione animatrice reciproca dell'immaginazione nella sua libertà e dell'intelletto con la sua legalità e, quindi, da un sentimento, che ci fa giudicare l'oggetto secondo la finalità della rappresentazione rispetto alle facoltà conoscitive del libero giuoco.









giovedì 4 agosto 2011

Il genio e l'imitazione

Vediamo ora di porre in relazione il concetto di genio e quello di imitazione in Kant. 



Secondo il filosofo, il genio (§ 49) non è un potere sregolato, ma è quel talento naturale che dà la regola all'arte attraverso la costruzione di idee estetiche capaci di mettere in movimento la complessità di tutte le facoltà soggettive. 

Facendo un paragone tra quanto letto nei post che interessano soprattutto il Barocco, è possibile notare una enorme differenza: l'estetica, il bello, l'immaginazione, il gusto e tutte le categorie che rientrano nell'estetico non sono più contenibile in un quadro armonico e regolato, fatto di proporzioni e di simmetrie. Qualcosa cambia: non si segue più solo un modello o una maniera. Al contrario, il genio che è talento o dono natura; è lui che produce modelli ed esemplari che sebbene non siano nati dall'imitazione, servono agli altri come misura e regola del giudizio. Il genio si contrappone fortemente allo spirito di imitazione. 

Genio è colui che avrebbe potuto imparare per imitazione (dal momento che antropologicamente l'imitazione è uno dei modi per apprendere) e invece ha scelto la strada dell'invenzione nel campo dell'arte e della scienza. L'imitazione consisterebbe nel mero apprendere e si distingue dall'invenzione solo per grado. L'imparare per mezzo di regole determinate viene quindi opposto da Kant alla libera produzione del genio, i cui prodotti non nascono per imitazione, ma si costituiscono come misura e regola del giudizio.

Il sentimento, il libero gioco e il sublime: un'estetica non sistemica!

Vorrei soffermarmi ancora brevemente su alcuni concetti di Kant per riassumerli.

L'estetica kantiano è tutt'altro che sistemica. Forse il suo tema nodale va identificato nel sentimento. Esiste una connessione tra sentimento e giudizio che non si riferisce tanto alla oggettività della natura o dell'arte, ma al soggetto che prova in quel momento una certa finalità (nel caso del giudizio teleologico) o una certa bellezza (nel caso del giudizio estetico). 

Questa connessione non è di tipo teoretico o conoscitivo, ma un libero gioco tra l'immaginazione e l'intelletto che origina il giudizio di gusto, cui è correlato il sentimento di piacere del soggetto. Tale giudizio, grazie a questa giocosità, pur rimanendo soggettivo si presenta come universale e necessario. 

Un altro elemento che rende l'estetica di Kant tutt'altro che sistemica è l'elemento del sublime. Da un lato è infatti questo è il sentimento di dispiacere per l'incapacità della nostra immaginazione sensibile a contenere la grandezza di uno spettacolo naturale; dall'altro, però, è sentimento di piacere perchè la contemplazione estetica della grandezza genera in noi il sentimento della destinazione sovrasensibile delle nostre limitate facoltà soggettive. In altre parole, il sublime porterebbe il fenomeno sul piano della ragione, arricchendolo di sfumature etiche.


IL RAPPORTO NATURA E LIBERTA'
Prendendo in considerazione il concetto di genio (si veda il post successivo), questo permette alla natura di dare una certa regola all'arte. Un oggetto sarà bello quando hanno l'apparenza della natura e ne rappresentano un prolungamento naturale. Potremmo dire che questo significa che la natura, mostra, esemplarmente, di da a se stessa la sua legge e di poggiare su un fondamento che è la stessa libertà.

Prendendo in considerazione, invece, il concetto di sublime, natura e libertà non appaiono subito in accordo: la natura spesso può inizialmente provocare dispiacere, schiacciando la libertà dell'uomo. Ma dall'altra parte, vi troviamo il piacere che nasce dalla consapevolezza che anche la realtà più grande è compresa dall'idea di infinito che da lui è posseduta. Dispiacere e piacere si incontrano su un altro piano e l'umiliazione del soggetto diventa esaltazione della sua superiorità e autonomia. 

E' come se la natura si schiudesse alla libertà e si manifesta come l'opera di uno spirito liberamente creatore: c'è un polarismo tra natura e libertà che trova la sua massima convergenza nel concetto di genio e la sua massima divergenza in quello di sublime.


mercoledì 3 agosto 2011

La grandezza umana e il suo genio

Vorrei passare a trattare altri argomenti kantiani sempre connessi al bello, ovvero il sublime, il talento e il genio.

IL SUBLIME
Per sublime si intende un certo valore estetico che, in qualsiasi forma esso sia, è il risultato di una percezione non facilmente misurabile. Kant suddivide due tipologie di sublime:
  • il sublime matematico (§ 26), ovvero, il sublime connesso a un valore estetico percepito come un qualcosa di smisuratamente grande. Ne sono esempi alcuni paesaggi come il sistema planetario, la via lattea, ecc. Nel pensare a queste cose, nasce in noi un sentimento ambivalente per cui proviamo da un lato dispiacere perché non possiamo concepire totalmente questa grandezza e dall’altro piacere perché la nostra ragione è portata a elevarsi all’idea di infinito. Il dispiacere, connesso alla nostra immaginazione, si converte in un piacere della nostra ragione dal momento che entità smisurate, ma pur sempre finite, hanno la capacità di risvegliare in noi una certa idea di infinito che va al di là di ogni immaginazione sensibile;
  • il sublime dinamico (§ 28), ovvero il sublime connesso a un valore estetico percepito come un qualcosa strapotente e naturale. Ne sono esempi le nuvole di un temporale, gli uragani e le devastazioni. Nel pensare a queste cose, nasce in noi un sentimento di piccolezza nei confronti della natura e poi, quasi pascalianamente, un sentimento della nostra grandezza ideale, dovuta alla dignità di esseri umani pensanti: l'angoscia diventa entusiasmo.
C'è una dialettica tra piacere-dispiacere tale per cui a partire dall'immaginazione che ci fa credere molto piccoli, arriviamo alla ragione che ci fa sentire più grandi del grande stesso, ci rende consapevoli della sublimità del nostro essere. 
Bello e sublime sono due cose differenti: il sublime si nutre della contrasto tra immaginazione sensibile e ragione, provocando fremito e commozione. Tutte e due, però, sono accomunati dal presupporre, come loro condizione, il soggetto o la mente, che si configura come il trascendentale dell'esperienza estetica, cioè come la sua possibilità e il suo fondamento.

IL BELLO ARTISTICO E IL GENIO
Il bello che abbiamo fino a ora preso in considerazione era prevalentemente il bello naturale. Vorrei ora passare al bello artistico. C'è una corrispondenza tra queste due forme di bellezza? Per Kant sì: la natura è bella quando ha l'apparenza dell'arte e l'arte è bella quando ha l'apparenza o la spontaneità della natura.

Questa spontaneità proviene dal genio (§ 46):

Il genio è talento (dono naturale) che dà la regola all'arte. Poichè il talento, come facoltà produttiva innata dell'artista, appartiene esso stesso alla natura, ci si potrebbe esprime anche così: il genio è la disposizione innata dell'animo (ingenium), mediante la quale la natura dà la regola all'arte 
[...] 
Il genio è il talento di produrre ciò di cui non si può dare nessuna precisa regola, non abilità e attitudine a ciò che si può imparare dalle regole; di conseguenza, l'originalità dev'essere la sua prima caratteristica; 
[...] 
i prodotti del genio devono essere anche modeli, cioè esemplari; quindi, senza essere essi stessi frutto di imitazione, devono servire a tal scopo per gli altri, cioè come misura o regola del giudizio; 
[...] 
il genio non sa descrivere o mostrare in modo scientifico come esso realizzi i propri prodotti, ma dà la regola in quanto natura; per cui l'auotre di un prodotto di genio non sa egli stesso come gli vengano in mente le idee per realizzarle, nè è in suo potere trovare a proprio piacere o secondo un piano 
[...] 
la natura non dà mediante il genio della regola alla scienza ma all'arte, ed anche questo solo in quanto questa deve essere arte bella.

Il genio è una disposizione innata dell'animo per mezzo della quale la natura dà la regola dell'arte: è inimitabile ed esiste solo nel campo delle arti belle. In altri termini, per Kant, nella scienza ci sono degli ingegni, ma non nei geni, presenti nelle arti. 

LO SCOPO DELLA NATURA: IL GIUDIZIO TELEOLOGICO
Il giudizio teleologico entra a far parte della Critica del Giudizio quando, dopo aver appreso la finalità del reale attraverso il giudizio estetico, è possibile pensarlo tramite il giudizio teleologico in virtù del concetto di fine. La nostra mente ha una certa tendenza a pensare finalisticamente, cioè a scorgere nella natura l'esistenza di cause finali. Rimane comunque valido il fatto che questo tipo di giudizio è privo di valore teoretico o dimostrativo poichè la finalità non è verificabile, ma solo un nostro modo di vedere il reale. 

In sintesi, Kant ha per me dimostrato come la ragione abbia uno strapotere nel mondo della scienza e del fenomeno, ma soprattutto che si può andare oltre la scienza e il fenomeno, entrando nel campo del noumeno in cui il sentimento ci rende ancora più umani e forse ancora più grandi.

    martedì 2 agosto 2011

    Se le belle forme sono in natura, la bellezza è nell'uomo

    Vediamo ora il concetto di bello, sommariamente.

    IL GIUDIZIO ESTETICO E IL BELLO
    Il bello per Kant è soggettivo, ma non è da confondersi con la formula “è bello ciò che piace”: quando si parla di bello, è bene ricordare che si parla di un qualcosa che piace nel giudizio di gusto. Kant elenca una serie di caratteristiche:
    • è bello ciò che piace senza alcun interesse “si vuol sapere soltanto se questa semplice rappresentazione dell’oggetto è accompagnata in me da piacere” (§ 2, §§ 1 – 5). E’ bello ciò che è semplicemente bello e non perché obbedisce a interessi esterni;
    • è bello ciò che piace universalmente. E’ un sentimento extralogico, in quanto le cose che diciamo belle sono tali perché vissute spontaneamente come belle e non perché giudicate attraverso concetti e ragionamenti (§§ 6 – 9);
    • è bello anche qualcosa che non ha scopo (§§ 10 – 17). La bellezza è un libero e vissuto gioco di armonie formali che non rimanda a concetti precisi e non risulta imprigionabile in schemi conosciuti;
    • è bello ciò che è senza concetto (§§ 18 – 22). Il bello è un qualcosa che ognuno percepisce intuitivamente, ma che nessuno riesce a spiegare intellettualmente.
    A ogni punto corrisponde una certa categoria, ovvero la qualità, la quantità, la relazione e la modalità.

    PERCHE’ UNIVERSALITA’?
    Come si può conciliare la varietà di gusti con il carattere universale? Cosa intende Kant per universale?

    Ora, Kant intende propriamente che tale bellezza deve essere vissuta come un qualcosa di condivisibile da tutti:

    In tutti i giudizi coi quali dichiariamo bella una cosa, noi non permettiamo a nessuno di essere di altro parere, senza fondare tuttavia il nostro giudizio sopra concetti, 
    ma soltanto sul nostro sentimento (§ 22)

    Il giudizio di gusto esige il consenso di tutti; e chi dichiara bella una cosa, pretende che ognuno dia l’approvazione all’oggetto in questione e debba dichiararlo bello allo stesso modo (§ 19)

    Ma cosa intende Kant per “pretesa”? E’ da porre in relazione all’aggettivo “pubblico” che Kant utilizzo per definire l’Illuminismo? In parte sì, ma non solo. Per trovare una risposta, è necessario comprendere che cosa Kant intende per piacere e piacevole.
    Il piacevole è ciò che piace ai sensi, mentre il piacere estetico è il sentimento provocato dall’immaginazione o forma della cosa che diciamo bella. Il piacevole produce giudizi estetici empirici non universali, mentre il piacere estetico si concretizza nei giudizi estetici puri che scaturiscono dalla sola contemplazione della forma di un oggetto.

    Piacevole è la bellezza corporea ed è inevitabilmente soggettivo e inquinato, mentre il piacere estetico lo si prova di fronte all’ordine e alla forma. Solo questo tipo di giudizio ha universalità perché non dipendono da condizionamenti: i fiori o le conchiglie, l’arcobaleno sulla cascata, il cielo stellato, l’alba sull’oceano non piacevoli, ma provocano piacere estetico, universale, non condizionato e, dunque, nel giudizio non si giudica solo per sé stessi, ma per tutti. La bellezza di quell’oggetto o fenomeno diventa, di conseguenza, una qualità della cosa.

    I giudizio estetici puri, quelli universali, legati a certi piaceri estetici rappresentano però solo una parte di tutti i giudizi umani sul bello. 

    LA BELLEZZA E’ NELL’UOMO 
    Anche a livello di estetica, Kant compie un'altra rivoluzione copernicana, affermando che la bellezza risiede nell'uomo: il bello non è una proprietà oggettiva od ontologica delle cose, ma il frutto di un incontro del nostro spirito con esse, cioè un qualcosa che nasce solo per la mente e in rapporto alla mente. Le cose si traducono in bellezza perchè c'è la mediazione della mente, centro del giudizio estetico.
    L'armonia che noi vediamo in una cosa bella è la proiezione dell'armonia interiore del soggetto che egli proietta nell'oggetto. 

    Vediamo un secondo il ragionamento che ha fatto Kant:
    • il giudizio estetico nasce da un libero gioco, ovvero da uno spontaneo rapporto dell'immaginazione/fantasia con l'intelletto;
    • questo rapporto genera armonia, effetto dell'equilibrato intreccio tra le facoltà dell'animo;
    • questo accade in tutti gli uomini, pertanto il giudizio è condivisibile da tutti e il gusto ha un senso comune. 
    Il punto chiave del ragionamente risiede nel secondo punto, nell'avere fondato il giudizio di gusto e la sua universalità sulla mente. La bellezza non è un favore che la natura fa a noi, ma un favore che noi facciamo ad essa, innalzandola alla nostra umanità. Infatti, se la bellezza risiedesse negli oggetti, e quindi nell'esperienza, essa perderebbe la propria universalità e non sarebbe più qualcosa di libero (ricordarsi sempre le considerazioni di Kant sull'Illuminismo).

    Nel giudizio estetico del bello esistono dunque dei giudizi estetici a priori (contrariamente a quanto affermavano gli empiristi), ma nello stesso tempo c'è anche una spontaneità e un sentimento (contrariamente al riferimento alla conoscenza e ai concetti dei razionalisti). 

    Quel piacere che non è solo legato ad attrattive fisiche, nè a interessi pratici, nè a valutazioni morali e conoscitive è, dunque, disinteressato, comunicabile a tutti e non dipendente dai mutevoli stati d'animo dell'individuo: autonomia e libertà rappresentano la bellezza, che a questo punto può diventare anche simbolo della morale.